PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_05_2015

monopoli

(foto Giuseppe Pavone)

Ma come passa in fretta il tempo tra terra e mare _ Il «Viaggio parallelo» a Monopoli

«I tempi sono cambiati», dice Enzo Velati mettendo a confronto Monopoli nelle fotografie di oggi con Monopoli nelle fotografie di dieci anni fa. Che vuol dire? Come sono cambiati i tempi: in bene o in
male?

Il contesto in cui avviene il paragone è il medesimo: una indagine per immagini sul territorio e il paesaggio sotto l’insegna del «Viaggio parallelo», organizzato dal Centro ricerche per la fotografia contemporanea.
Il progetto di ricerca (che in questo decennio, con regolare cadenza, ha proposto singolari letture della territorio, concentrandosi in particolare su Triggiano) è curato, sin dagli esordi dal critico d’arte Velati e dal fotografo Giuseppe Pavone. E Pavone, con Giuseppe Di Palma e con gli studenti del liceo artistico «Luigi Russo» di Monopoli, è il protagonista della mostra allestita nelle sale del Castello di Carlo V a Monopoli fino al 21 giugno.
Nel mutare dei tempi – così come lo avverte Velati – ci ritroviamo rassegnati perché «il peggio è stato fatto»! E con un acerbo ottimismo ci si lascia allora alle spalle la protesta contro gli scempi e la cifra documentaristica che emergevano dalle immagini un decennio fa.
Perché oggi è «diffusa la coscienza che la salvaguardia del paesaggio non è solo un atteggiamento di anime belle», afferma Velati, anche se «la bellezza del paesaggio italiano rischia sempre di soffocare sotto il peso degli stereotipi. Sono sempre in agguato le cartoline…».
Attraverso la fotografia, ma anche al di là di essa, «Viaggio parallelo. Dieci anni dopo» ci sollecita ad una riflessione su quale sia la condizione del paesaggio italiano e in particolare pugliese, oggi. Il caso di Monopoli è esemplare per il rapporto tra la città e la campagna e per il fragilissimo confine che unisce la terra al mare.
Se Di Palma «gira introno alla città», Pavone si sofferma invece «sul dialogo tra interni ed esterni» e «studia l’agire del tempo».
Quel che è accaduto a Monopoli è accaduto anche altrove in Puglia. E allora – se riportiamo il caso in un panorama più ampio –  forse non siamo più sicuri che tutto il peggio sia già stato fatto. È vero: la consapevolezza nuova e matura del paesaggio è lo spirito che anima il «Piano regionale» che Roma ha da poco approvato, dopo un decennio esatto di lavoro di studi, approfondimenti, confronti con le comunità
locali e con le forze imprenditoriali e sociali. Il fatto che il Piano pugliese del paesaggio – concepito in applicazione del Codice dei Beni culturali – sia stato il primo in Italia ad arrivare in porto è motivo di orgoglio innanzitutto per Angela Barbanente, l’urbanista chiamata da Vendola a governare il territorio.
Ma ora il rischio è che a questo Piano si finisca per attribuire poteri soprannaturali, capacità taumaturgiche che non può avere. Il piano – è vero – è l’espressione del livello più alto, complesso e aggiornato di conoscenza del territorio, presupposto della consapevolezza che le comunità hanno del proprio paesaggio. Ma quanta di questa consapevolezza ha contagiato le amministrazioni pubbliche? Il piano pugliese del paesaggio si distingue per la volontà di superare la dimensione del divieto, del vincolo imposto dall’alto e
farsi così strumento della trasformazione di qualità del territorio.
L’album delle «buone pratiche» è una guida sicura e il continuo rimando alle procedure di partecipazione popolare è una garanzia. Ora però il Piano deve misurarsi con la realtà concreta. Non solo quella rappresentata dalla edilizia privata ma anche e soprattutto quella dei lavori pubblici e delle infrastrutture. Per rimanere sul fragile confine tra terra e mare: il gasdotto che arriva dall’est, le trivellazioni al largo e i mulini eolici sulle colline. E anche i palazzi per uffici che lo Stato costruisce nelle città, di fronte ai monumenti. Addirittura violando la tutela dei beni culturali: è attesa per domani la sentenza  del Tar Puglia sul ricorso di numerose associazioni contro la costruzione degli uffici del Genio civile nell’area di Santa Chiara a Bari vecchia, proprio in faccia al Castello Svevo. I giudici dovranno dire se con quel cantiere sia stato calpestato il diritto alla salvaguardia del patrimonio culturale. E – se le cose stanno così come le denuncia l’avvocato Luigi Paccione, carte d’archivio alla mano – stabilire finalmente che non solo il cantiere attuale, ma anche la costruzione precedente degli anni Cinquanta, è frutto di abusivismo. Abusivismo di Stato.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Pubblicato il 27|05|2015, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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