PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_05_2015

L’espansione di Japigia negli anni sessanta. In primo piano il sacrario, inaugurato nel 1967

Demolire la città e ricostruirla. La scelta mancata _ Benevolo e Piccinato, dopo mezzo secolo

“Se si vorrà fare la città del futuro si dovrà abolire la proprietà privata dei suoli”: è il mite Leonardo Benevolo che indica la strada per risolvere la crisi della vita urbana in Italia. Parole ancora più sorprendenti, quelle del noto architetto e urbanista, se si considera che risalgono a quasi mezzo secolo fa. Benevolo risponde alle domande del giornalista della Gazzetta Ugo Apollonio, nell’ambito di una inchiesta sul tema “Come vivremo nel Duemila”.

La “terza pagina” del quotidiano propone al lettore le opinioni, tra gli altri, anche di Riccardo Morandi e di Luigi Piccinato, negli stessi giorni in cui nelle pagine di cronaca si racconta la occupazione degli alloggi popolari al Cep-S. Paolo e – contemporaneamente – la realizzazione in periferia di complessi di ville signorili. Due fenomeni opposti dal punto di vista sociale ma convergenti nella politica di espansione urbana (ce ne siamo occupati, in questa rubrica, le scorse settimane).

Oggi Benevolo sarebbe senz’altro arruolato nella pattuglia degli intellettuali che difendono la democrazia dello spazio pubblico (Salvatore Settis e Paolo Maddalena, in prima linea) ma paradossalmente già nel 1967 quella posizione ha davanti a sé concrete prospettive (il progetto di legge del democristiano Sullo è del 1963), mentre a Bari si vive il tormentato passaggio dal piano regolatore speculativo di Piacentini e Calza Bini alla città-Regione di Ludovico Quaroni. La previsione del docente dell’università di Venezia è che l’Italia si ritroverà, di lì a trent’anni, il compito gigantesco di demolire e ricostruire metà del patrimonio edilizio. “Ci sono quartieri in buona parte inabitabili – spiega Benevolo al suo intervistatore – e l’aver costruito le nostre città senza una programmazione urbanistica, ci porrà di fronte a rivoluzionarie scelte perché i quartieri moderni non dureranno a lungo. Già adesso vediamo che nelle nostre strade le macchine non passano più”. Scelte “rivoluzionarie” in grado di incidere anche sull’architettura: “Scomparirà quella che noi chiamiamo la ‘tipologia edilizia’ attuale, scompariranno la palazzina, il villino, il blocco di case allineate lungo la strada”.

Insieme alla demolizione e sostituzione della città mal costruita, Benevolo ripone molte speranze nella recentissima legge 167, puntualmente deluse dalla mancata riforma del regime dei suoli, quella che avrebbe dovuto portare a separare la proprietà del terreno (sempre pubblica) dalla proprietà privata dell’edificio che su quel terreno si vuol realizzare. Esattamente il contrario del preteso “diritto di costruire” e della follia dei “crediti edilizi” con cui oggi facciamo i conti. Ma d’altra parte, “ogni civiltà ha l’urbanistica che si merita – nota Luigi Piccinato in un’altra intervista di Ugo Apollonio -. Ci troviamo davanti la muraglia della proprietà privata, della speculazione che praticamente, anche quando non sembra, indirizza e tira lei la matita dell’urbanista”. Occorre allora, secondo il fondatore dell’Inu, “un’azione politica, il coraggio di rendere il proprietario ‘indifferente’ (…), impedendo il vergognoso assalto della speculazione fondiaria edilizia che sta distruggendo le nostre spiagge, gli ambienti storici, i paesaggi montani, le nostre bellezze naturali”.

Quel che distingue Piccinato dal più giovane Benevolo è dunque la preoccupazione per il paesaggio come patrimonio complesso, oggi diremmo “bene comune”, cui appartiene senz’altro ogni centro storico: “La conservazione delle antiche città – dice – è fondamentale per avere il diritto di fare le nuove”. In tutt’altra direzione va Riccardo Morandi, il progettista di molti pezzi dell’Autostrada del Sole e del famoso ponte di Maracaibo, nove chilometri sospesi a 70 metri sull’acqua: nella sua prospettiva c’è la “macrostruttura”. Le espansioni delle città “come noi le abbiamo pensate sinora – racconta Morandi alla Gazzetta nel 1967 – sono in fondo espansioni ‘nostro malgrado’ perché non abbiamo risolto proprio niente”. Bisogna rinnegare il passato: “Ci stiamo organizzando verso forme di città completamente diverse, con una impostazione dove il trasporto orizzontale e quello verticale possa essere un trasporto a piano inclinato, per intenderci, cioè quello che organizza la città con un tessuto connettivo fatto dalla cosiddetta macrostruttura”.

Anche questa proiezione nel futuro tecnologico è rimasta però sepolta sotto mezzo secolo di privatizzazione delle città, con la retorica dello sviluppo venduto per progresso.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato mercoledì 06|05|2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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