PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_04_2015

una villa di Parco Adria

Due città controcase popolarie ville nel verde _ Periferie da Torre Tresca a Parco Adria

Le due città faccia a faccia. Due anni durò l’occupazione degli alloggi vuoti dello Iacp al Cep-San Paolo da parte dei disperati fuggiti dal Lager di Torre Tresca. Due anni segnati da sgomberi di polizia riusciti solo in parte e manifestazioni per le strade. Decisiva è il 19 giugno 1967 l’invasione del Comune, durante il Consiglio in cui si discute, appunto, di loro.   La maggioranza di centrosinistra che sostiene il sindaco democristiano Gennaro Trisorio Liuzzi è costretta nell’angolo: i comunisti hanno chiesto la requisizione delle case occupate. L’attacco arriva anche da destra: quali accuse abbia rivolto verso i banchi della Giunta il missino Pinuccio Tatarella non lo sapremo mai, perché il sindaco ordina di cancellare le sue parole dalla registrazione per il verbale. Ma è Il socialista Michele Di Giesi, assessore ai Lavori pubblici, a dar fuoco alle polveri: “I cittadini di Torre Tresca li avete avvelenati voi. Li avete strumentalizzati”, dice con l’indice puntato contro i consiglieri del Pci Giannini, Papapietro e Scionti. Lo scontro era nell’aria perché già nei giorni immediatamente successivi alla marcia dei 1.500 si può leggere sulla “Gazzetta” questa analisi: “E’ stato un esodo rapido, silenzioso, organizzato da chi? Ovviamente da chi non esita a speculare sulla miseria e anzi fomenta odii repressi e sentimenti di rivolta.

Non è un caso che tutti gli abitanti abusivi delle case del Cep conoscano a memoria i nomi di questo o quel consigliere comunista”. Sarà comunque merito dei fomentatori comunisti se il ministro Mancini finanzierà la costruzione di nuove case popolari. Intanto – mentre è ancora viva la memoria della rivolta degli edili del 1962 – si sono di nuovo materializzate a Bari le “due città”: da una parte i reietti che rivendicano i diritti più elementari, dall’altra la buona società cementata nell’alleanza tra rendita fondiaria e appalti nei lavori pubblici. Una borghesia che rinnega la stessa speculazione edilizia che ha fatto la sua più recente fortuna nel centro murattiano. Mentre si tenta l’ultimo sgombero delle case occupate nell’autunno del 1969, scoppia la moda della città-giardino.

Si costruisce in via delle Murge il “Quartierino”, progettato dal’ingegner Fernando Conte: 178 appartamenti con box auto e poi negozi, un paio di scuole, addirittura un garage-officina insonorizzato: è l’effetto della legge-ponte che impone di realizzare verde e servizi per la residenza se si vuol costruire residenze. Tra via Re David e via Giulio Petroni nascono nel frattempo il Borgo delle Mimose (sette ville disegnate dall’ingegner Manganelli) e il Borgo dei Mandorli dell’ingegner Palmiotti. E Palmiotti è anche il progettista di un complesso di una trentina di ville sorte di fronte al cantiere del santuario di Santa Fara. La via per Bitritto, ormai strada statale, è la nuova direttrice dell’espansione urbana che divora la campagna. Qui, per paradosso a poche centinaia di metri dal Lager di Torre Tresca raso al suolo un anno prima, si impegnano alcuni architetti di punta della scena barese: Tonino Cirielli progetta “Torrebella”, un piccolo complesso di 15 ville, assai curate nel linguaggio modernissimo: grandi piastre di mattoni bianchi di scialbatura di calce alternate ai vuoti profondi delle logge. Gli architetti Paradiso e Cirillo, con l’ingegner Buttiglione, firmano le ville del complesso Edilverde.

Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano sono invece gli autori del progetto più ambizioso, Parco Adria, in cui l’idea della città-giardino, agglomerato residenziale autosufficiente, si dispiega in tutta sua capacità di seduzione del borghese in fuga (ma non troppo) dal logorio della vita moderna: 58 ville immerse nel verde (in realtà una somma di giardini privati) ma dotate di servizi: asilo e scuola materna, chiesa, supermarket, rivendita di giornali e tabacchi, due piscine, campi da tennis, baby-park e mini-golf. Il fulcro di questo microcosmo è il “centro comunitario”: una piastra che, oltre a contenere parte dei servizi appena indicati, offre spazi per riunioni condominiali, feste e ricevimenti.

Dice la signora Nicoletta Siciliani, intervistata dal cronista: “Qui non sento rumori, posso invitare quanta gente voglio e a qualsiasi ora senza dare fastidio agli altri condomini. Ho aria pura, luce e sole in quantità. Cha altro posso desiderare?”. Certo non è lo stesso desiderio che ha spinto la donna di Torre Tresca ad occupare un alloggio popolare al Cep. Ma l’una e l’altra si accorgeranno presto che manca loro la stessa cosa: la vita in città.

(pubblicato mercoledì 29|04|2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno)

 

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