PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_04_2015

I disperati di Torre Tresca all’assalto del nuovo Cep _ Nel 1967 la prima occupazione di massa degli alloggi pubblici a Bari

La famiglia – padre, madre e figlioletta – sgomberata con la forza la settimana scorsa da un locale dell’ex Iacp al San Paolo ha fatto tornare alla ribalta le occupazioni di case. Alloggi pubblici (come le case popolari) e alloggi privati (perlopiù abbandonati da tempo). Secondo le stime, grossolane, dell’Arca (ex Iacp) sono attualmente un migliaio gli alloggi popolari occupati, su un patrimonio di 24mila appartamenti, distribuito tra la provincia Bat e la città metropolitana di Bari; un terzo dei quali solo nel capoluogo.   Il fenomeno delle occupazioni appare oggi uno stillicidio di azioni frequenti ma isolate. Nel passato invece aveva assunto dimensioni di massa. La prima importante occupazione di alloggi a Bari avviene in una calda giornata del 1967. È la prima domenica di giugno quando duecento famiglie, oltre 1.500 persone, prendono possesso degli alloggi del Cep, come si chiamava allora il San Paolo. Lo Iacp ha costruito 74 palazzine di cinque piani, per un totale di 740 alloggi, utilizzando i fondi stanziati con la legge per il risanamento di Bari vecchia (la n. 1844 del 1962).

E infatti quegli alloggi sono destinati alle famiglie sfrattate di Bari vecchia che aspettano almeno da due anni. Le case sono pronte, ma mancano ancora gli allacci all’energia elettrica, all’acqua potabile, alla fogna. Per non dire delle strade. Il solito garbuglio burocratico sul quale non riesce ad averla vinta nemmeno Aldo Moro, che pure è il presidente del Consiglio. Inutilmente fa pressione sul ministro dei Lavori pubblici, Giacomo Mancini. E l’assessore comunale Michele Di Giesi si arrende di fronte all’inespugnabile potere del Genio Civile che non approva i progetti senza i quali non può far nulla l’Acquedotto Pugliese.

La situazione di stallo viene però risolta da 1.500 disperati, che hanno deciso di «passare all’atto», possiamo dire oggi con un’espressione del filosofo francese Bernard Stiegler. «L’occupazione – racconta il cronista della Gazzetta –  è cominciata nella notte tra sabato e domenica ed è proseguita per tutta la mattinata di ieri. Centinaia di persone si sono presentate nel quartiere con carretti, motocarri e autovetture carichi di masserizie (materassi, rete per letti, coperte e altri oggetti di prima necessità) invadendo letteralmente le palazzine. Le staccionate di legno, che sbarravano i portoni, sono state rimosse di forza; molti sono penetrati negli alloggi dalle finestre dei piani rialzati, dopo aver forzato le serrande». Intervengono i poliziotti del reparto Celere per impedire nuove occupazioni. Il clima è teso però il pudore del cronista suggerisce di mettere la parola «abusivi» tra virgolette: «Ieri sera al Cep, assediato da sciami di zanzare, c’era da una parte aria di festa fra gli occupanti che ritengono ormai di aver risolto il problema di una casa decente, e dall’altra un malcelato senso di sgomento fra gli abitanti che nel giro di poche ore hanno visto rovesciarsi un gruppo così consistente di “concittadini”». Ma chi sono questi «concittadini abusivi»? Da dove vengono? Da un posto innominabile, almeno negli atti ufficiali e che soltanto il 20 luglio 1967, con il «passare all’atto» di quelle duecento famiglie, echeggerà nell’aula del Consiglio comunale.

È la baraccopoli di Torre Tresca, abitata già dai primi anni Cinquanta da circa tremila persone in condizioni disumane. Senza fogna né luce né acqua. Abitano in promiscuità i capannoni che durante la guerra erano il campo di concentramento per i prigionieri alleati e alla fine del conflitto la base di smistamento degli ebrei diretti in Palestina. Tuguri fetentissimi, ignorati anche dall’arcivescovo, monsignor Nicodemo, che intanto ha sfrattato i suoi inquilini da Bari vecchia. Anzi, Nicodemo minaccia Padre Ambrogio Fiorentino da Giovinazzo che ha voluto costruire lì, fra quella gente, una chiesa, dedicata a San Lorenzo da Brindisi, il cui rudere è l’unica traccia superstite, oggi, di quel luogo di sofferenza. «Non possiamo più vivere nel marciume delle baracche», dicono al sindaco Gennaro Trisorio Liuzzi e al vicesindaco Rino Formica le donne in delegazione. «Vogliamo un casa subito, perché i nostri bambini deperiscono e sono tutti ammalati. Viviamo in condizioni pietose. Otto, dieci persone in una sola stanza. Ora siamo qui e non abbiamo nessuna intenzione di andarcene. Non ci importa niente che queste case sono per gli abitanti di Bari vecchia. Loro una casa ce l’hanno, noi no. Quindi pensate prima a noi».

I parlamentari comunisti Giannini, Papapietro e Scionti presentano una interrogazione e chiedono al governo di assegnare agli occupanti gli alloggi, ma il Comune si oppone alla requisizione. Il dibattito politico è aspro, in Prefettura si riunisce il comitato per l’ordine pubblico, ma non sono ancora i tempi della retorica della legalità: uno sgombero è ipotesi grave, di fronte alla esplosione dei bisogni, alla forza di quella moltitudine. E intanto alla gente di Torre Tresca si aggiungono altre famiglie: vengono dall’ex Gil di Fesca e alcune dallo stesso Cep dove vivono da tempo in coabitazione. Gli ingressi degli altri 500 alloggi ancora vuoti vengono murati e presidiati. Il 16 giugno polizia e carabinieri in assetto di guerra  scacciano tutti e li riportano nell’inferno, sulla via di Bitritto.

Ma un anno dopo, il 20 novembre 1968, di nuovo 250 famiglie lasciano Torre Tresca per trasferirsi al Cep. Questa volta però sono scortate dai vigili urbani nelle case ancora vuote che il Comune ha deciso  vengano destinate a loro, dopo un braccio di ferro con lo Iacp. Poche ore dopo, arrivano i bulldozer. «È fatta. Torre Tresca rasa al suolo. È scomparso il lager che faceva vergogna a Bari», si leggerà il giorno dopo sulla Gazzetta.

(pubblicato mercoledì 22|04|2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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