PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_04_2015

Casa dello Studente in largo Fraccacreta

 

Casa Fraccacreta. Aria di Roma e nervi d’acciaio _ Gli anni ’50 di Achille Petrignani.

Sono terminati, con un anno di ritardo, i  lavori di ristrutturazione della Casa dello studente di largo Fraccacreta. L’edificio avrebbe meritato di essere restaurato, piuttosto che ristrutturato. Nel progetto, curato dall’ufficio tecnico dell’Università e coordinato dall’ingegner Gaetano Ranieri, si è voluto salvaguardare con la spazzola di saggina la «patina naturale» dei mattoni di rivestimento, ma ci si è presa la libertà cambiare il colore delle tapparelle: se prima erano scure, un motivo forse c’era. E infatti ora il chiaro salta subito agli occhi.

Ma perché questo edificio avrebbe meritato cure da restauratore? C’è aria di Roma il quel pezzo di Bari, dietro la facciata muscolosa del lungomare. La Casa dello studente di largo Fraccacreta è davvero una conseguenza romana delle architetture monumentali che la circondano: innanzitutto il palazzo che fu costruito per l’Istituto di Economia e Commercio (ora sede centrale dell’anagrafe) e con il quale completa un intero isolato; ma anche la dirimpettaia Casa del Mutilato, il vicino liceo Orazio Flacco, le case Incis, il palazzo delle Finanze e la Questura. Risuonano fra quelle pietre i nomi degli architetti degli anni Trenta, tutti di scuola romana: Concezio Petrucci (l’allievo preferito di Giovannoni), Carlo Vannoni e il barese Pietro Maria Favia, che pure a Roma si era laureato – uno dei primi – in architettura. E romano è pure l’ingegnere e architetto Achille Petrignani che progetta agli inizi degli anni Cinquanta la Casa dello studente, riproducendo quel contrasto, tipicamente romano, tra la bellicosa retorica degli edifici pubblici del fascismo e la mitezza postbellica del costruire civile per residenze e condomini.

La Casa dello studente Fraccacreta, infatti, nonostante l’imponenza del corpo di fabbrica maggiore, che supera i 36 metri di altezza, con le sue logge ha l’aria di essere un grande condominio e al tempo stesso di voler lanciare un messaggio verso il centro murattiano che di lì a poco conoscerà la sua più profonda metamorfosi. Certo, a differenza dei suoi epigoni, nel disegnare la Casa dello studente Achille Petrignani si misura con il contesto della bassa edilizia ottocentesca e nel secondo corpo di fabbrica che affaccia su via Murat (originariamente era l’ala professori), abbassa i toni e soprattutto le misure: solo tre piani oltre il piano rialzato (la mensa) che è un lungo volume aggettante, in parte distaccato dal suolo. Al contrario del prospetto sul largo Fraccacreta, che invece è caratterizzato da un alto basamento rivestito in pietra. Una fascia chiara che esalta nel contrasto il colore terroso dei mattoni di rivestimento dei dieci piani.  Cromatismo e scelta dei materiali che sono un ulteriore indizio di “romanità”.

Ma è soprattutto all’interno della Casa dello studente che Petrignani dispiega la sua scienza, con soluzioni tecniche assai avanzate per l’epoca e oggetto di indagine, prima della ristrutturazione, da parte degli ingegneri dello Studio Vitone Associati. La struttura portante è mista, in acciaio e in cemento armato. Travi di Vierendeel e telai multipli trasversali. Le travi a traliccio consentono, al piano rialzato, di non avere un solo pilastro al centro della sala larga ben 14 metri, mentre i pesi gravano su pilastri d’acciaio accoppiati e vincolati a croce di Sant’Andrea.

Come è successo che un progettista romano abbia potuto realizzare fra il 1952 e il 1954 un edificio di tali dimensioni, in una città chiusa nella gelosa protezione dei propri tecnici? Il mistero è presto svelato: nel 1952 Achille Petrignani era da appena due anni il preside della facoltà di Ingegneria dell’Università di Bari (il committente di fatto). E la carica di preside era pressoché automatica, essendo all’epoca il primo e unico professore di ruolo della facoltà istituita nel 1948 e attivata un anno dopo.

Achille Petrignani, che insegnava «Tecnologie dell’architettura» ed era autore di un fortunatissimo manuale, avrebbe dovuto progettare anche la sede della sua facoltà in via Amendola, ma le cose presero una piega diversa. Ha lasciato comunque altre tracce della sua presenza a Bari, una per tutte: un edificio per negozi e appartamenti in via Sparano angolo via Piccinni, firmato a quattro mani con suo figlio, l’architetto Marcello Petrignani.

(pubblicato mercoledì 15|04|2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno)

Pubblicato il 16|04|2015, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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