PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_03_2015

Coraggio moderno nel Murattiano senza qualità _ Il restauro «spontaneo» di Palazzo Miceli

È molto di più di una coincidenza se il Palazzo Miceli in via Roberto da Bari viene restaurato proprio quando quella strada inizia ad essere pedonalizzata. È un segno della metamorfosi che sta subendo il quartiere murattiano, finalmente abbandonando la «retorica del Murattiano» per affrontare una analisi critica dell’edilizia che nel dopoguerra ha cancellato gran parte del borgo fondato da Giuseppe Gimma. Un fenomeno urbanistico di dimensioni gigantesche, che in realtà aveva la sua origine nelle numerose sostituzioni e sopraelevazioni avviate già negli anni Venti e Trenta e oggi – ecco la retorica – paradossalmente assimilate nel comune sentire all’autentico Murattiano: valgano per tutti gli esempi di palazzo Mincuzzi o del complesso che racchiude la chiesa di San Ferdinando. Un fenomeno, quello degli anni Sessanta e Settanta, che è stato caratterizzato da una gran massa di ignobile edilizia speculativa, ma in cui pure sono emerse occasioni di eccellente architettura, per mano di maestri come Vito Sangirardi, Dino Pezzuto, Tonino Cirielli e la coppia Chiaia&Napolitano.

E proprio Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano sono i progettisti di Palazzo Miceli, oggi restaurato con una filosofia conservativa dall’impresa Garibaldi e con la direzione artistica dell’architetto Beppe Fragasso, sebbene non ci fosse alcun obbligo amministrativo al restauro.
L’esigenza attuale è distinguere questi episodi significativi di architettura contemporanea (per la quale Lorenzo Netti ha coniato la felice definizione di «Moderno Murattiano») dalla massa edilizia senza qualità. A questo doveva servire l’elenco delle opere richiesto ad ogni Comune pugliese dalla legge regionale n.14 del 2008. Il Comune di Bari è tra i pochi ad aver compilato l’elenco con 47 edifici del secondo Novecento, ma ha fatto in modo da renderlo «innocuo»: invece di predisporre una specifica variante urbanistica di vincolo da sottoporre al Consiglio comunale (come prevede la legge) l’ex assessore Elio Sannicandro pensò di inserire l’elenco nella mastodontica variante di adeguamento del Piano regolatore generale al Putt/p (il piano tematico del paesaggio), approvata un anno fa. Ma con il risultato di vedersi bocciare il tentativo dalla Regione che ha potato questo ramo spurio dalla variante. E da allora non se ne è più parlato.

Per fortuna ci sono anche tecnici colti e imprenditori più avanti degli amministratori. Imprese che si sono specializzate nel settore del restauro e in particolare del restauro del moderno, che richiede teorie e tecniche del tutto diverse da quelle in voga per il restauro dell’antico. Un aspetto immateriale del restauro è l’atto di riconoscimento dell’opera: da parte dell’esperto ma anche da parte del pubblico che condivide l’attribuzione del valore. È quel che sta accadendo ora al Palazzo Miceli. Il suo salvataggio dalle incoscienti trasformazioni (se non demolizioni) ci spinge ad interrogare l’architettura, ad indagare la sua storia.

L’edificio fu progettato fra il 1964 e il 1968. Poi iniziò la costruzione, che durò più di un paio d’anni. Chiaia e Napolitano avevano già alle loro spalle lo stupefacente successo del Palazzo Sgpe (poi Palazzo Enel, ora dell’Università) in via Crisanzio, un edificio progettato sin dal 1957. Due opere con molte analogie. E non è certo una coincidenza il fatto che la recente ristrutturazione del palazzo ex Enel sia stata eseguita dall’impresa Garibaldi, offrendo l’occasione a Beppe Fragasso di misurarsi con i dettagli anche nascosti della maniera di lavorare propria dello studio Chiaia &Napolitano. Per esempio, oggi Fragasso ci rivela che i pannelli rossi ai quali si alternano sui due prospetti principali le fasce vetrate nel Palazzo Miceli consistono in lamiera zincata e smaltata a caldo e non in lamierino ceramicato, come nel caso dell’ex Enel. Un dettaglio, che smentisce le informazioni contenute nella recensione di Piergiacomo Bucciarelli sulla rivista di Bruno Zevi «L’architettura. Cronache e storia» (n. 7, 1980) intitolata «Il magistero della koiné».

Già Bucciarelli metteva in evidenza l’energia di questi edificio, destinato quasi interamente a esposizione di mobili (cinque piani), tranne gli attici che i proprietari-commercianti si erano riservati come abitazione e che gli architetti segnalarono per mezzo di un rivestimento di intonaco in aperto antagonismo con le sottostanti facciate di vetro,alluminio e acciaio.
A quell’epoca si usava ancora mostrare sul prospetto le differenti funzioni contenute in un edificio: un’abitudine che evidentemente stava stretta a Chiaia e Napolitano, i quali riunificarono il linguaggio compositivo con i volumi aggettanti sullo spigolo, uno per il negozio, l’altro per l’abitazione, e quest’ultimo, con la loggia scavata, quasi che fosse il negativo dell’altro.

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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