PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_02_2015

padiglione 14 bisRiuso urbano alla prova del Bonomo _ Gli sfrattati, il parco e i residenti

Gli sfrattati nell’ex ospedale militare Bonomo? Il solo annuncio ha preoccupato un gruppo di cittadini, in gran parte residenti di Carrassi. È lo stesso gruppo che si era coagulato un paio di anni fa alle prime ipotesi di una trasformazione del grande complesso edilizio in sede degli uffici giudiziari. Ipotesi subito tramontata perché giudicata inadeguata dalla Commissione di manutenzione presso la Corte di Appello.

Ma ora al recente accordo fra il Comune e il Governo per realizzare il Polo della giustizia sull’area delle casermette è comunque collegata la sorte del Bonomo. Sarebbe la risorsa immobiliare per finanziare in parte la realizzazione dei tribunali. Di fronte a questa ancorché vaga prospettiva, il gruppo di cittadini (animato, tra gli altri, dal giornalista Pino Bruno) ha aumentato l’allarme temendo una speculazione edilizia. E di questa speculazione una decina di alloggi per gli sfrattati sarebbe il prodromo.

Antonio Decaro deve aver sperimentato quanto sia difficile raccogliere gli applausi da sindaco, ma non si aspettava addirittura un attacco per l’operazione-sfratti, che ha tutti i caratteri dell’emergenza, ancor di più dopo lo sblocco inserito nel decreto Milleproroghe.

I cittadini di Carrassi sono animati da ottime intenzioni. Li muove la volontà di difendere innanzitutto il parco dell’ex ospedale, una lussureggiante, secolare vegetazione. E poi il desiderio che quello spazio verde, finora rinchiuso nella invalicabile area militare, venga infine aperto a tutti. Naturalmente, giacché il parco è tutt’uno con la costruzione, la difesa dell’uno è protezione dell’altro. E da questo punto di vista il vincolo apposto dai Beni culturali poco più di un anno fa se non è una garanzia rappresenta almeno un punto al quale aggrapparsi in una possibile battaglia civile. Ma sappiamo per esperienza (vedi il caso di Santa Chiara e del palazzo in costruzione di fronte al Castello) che a furia di contestarne la rigidezza i vincoli architettonici sono diventanti più elastici di un chewing-gum, tra le mani dei funzionari di Soprintendenza.  Per questo è bene tenere gli occhi aperti e che il gioco sia sempre a carte scoperte. Il fianco debole dell’iniziativa del Comune in questo caso è proprio la carente informazione alla cittadinanza, che non è fatta solo di sfrattati. Né si può immaginare che la “partecipazione” funzioni a corrente alternata: sì per la Rossani, no per il Bonomo.

E allora, la domanda è: gli alloggi per gli sfrattati rientrano in un piano di riuso dell’intero complesso ospedaliero dismesso? Oppure è una iniziativa parziale, come quella già avviata dalla Agenzia del Demanio per un’altra parte del Bonomo, il cosiddetto padiglione 14 da destinare a sede territoriale della Ragioneria dello Stato e dell’Ufficio delle esecuzioni penali esterne del ministero della Giustizia?

Il riuso degli edifici storici e vincolati comporta quasi sempre una nuova destinazione funzionale ed è la relazione tra lo spazio architettonico e la nuova funzione il tema cruciale ed entusiasmante della politica di tutela del bene culturale. Ben altra cosa che il divieto dell’alluminio per un infisso o l’imposizione della pietra di Trani per un rivestimento.

Quel che è da difendere nel Bonomo, d’altro canto, non è propriamente un valore architettonico intrinseco. Nella declaratoria del vincolo si legge che l’edificio, realizzato tra il 1935 e l’anno seguente, è “ispirato ad una architettura razionale (…) in perfetta sintonia con una generale pianificazione edilizia, intesa a privilegiare nelle strutture destinate a un pubblico servizio purezza di linee ed essenzialità di impianto”. In realtà le cose andarono diversamente, almeno in questo caso. Il progettista, l’ingegnere del Genio civile di Bari Ettore Bianco, nel 1933 aveva ben altre intenzioni decorative, almeno per quel che riguarda i prospetti principali, ed ambiva ad utilizzare materiali assai più nobili dell’intonaco per le pareti e del calcestruzzo per le soglie; furono i vertici militari ad imporre forti economie poi risolte in forme architettoniche che con generosa approssimazione possiamo definire di stile razionalista.

Ma questo nulla toglie al valore del Bonomo per ciò che il luogo esprime, innanzitutto agli occhi della cittadinanza che riconosce in esso un patrimonio pubblico.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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