PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_02_2015

Il CTO in una foto storica (1953)

Il CTO in una foto storica (1953)

Idroterapia per l’architettura del Novecento _ La piscina del Cto di Samonà

«Ridateci la piscina! Ne abbiamo bisogno!». Un gruppo di cittadini non si arrende al fatto che la piscina per l’idrokinesiterapia, nell’ex Cto al lungomare Starita, sia chiusa da due anni e, nonostante i lavori di messa a norma, sia ormai ridotta ad un deposito di cose vecchie.

Non sono cittadini impegnati nella difesa dei beni culturali e del paesaggio (ce n’è tanti ormai a Bari: decine di associazioni si raccolgono nella battaglia per il parco del Castello, per esempio). Sono cittadini che hanno bisogno di quella terapia. Sono pazienti che reclamano dalla sanità pubblica le prestazioni sanitarie cui hanno diritto. E forse non sanno che la difesa del servizio di idrokinesiterapia è anche, di riflesso, la difesa di un pezzo di storia dell’architettura contemporanea a Bari. Forse non lo sa nemmeno Vito Montanaro, direttore generale di fresca nomina alla Asl Bari. Il suo ufficio è proprio in quel palazzo che un tempo fu il Centro Traumatologico Ospedaliero dell’Inail e che i passaggi di mano delle riforme sanitarie hanno trasformato in un palazzo di uffici, nel quale rimaneva – residua testimonianza di un passato assistenziale – appunto la piscina al piano terra, mentre tutto il resto è stato gravemente manomesso nel corso degli anni dagli interventi di manutenzione affidati ora agli elettricisti, ora agli idraulici, ora ai fabbri che hanno bucato forato demolito senza coscienza, nell’ambito di appalti scriteriati. Anche e soprattutto a causa della mancanza di una tutela dello Stato.

Sul valore del Cto come fatto di architettura c’è poco da discutere. Fu progettato nel 1948 da Giuseppe Samonà, il fondatore della scuola veneziana di disegno. L’ospedale entra in attività nel 1953. È un progetto rivoluzionario – secondo lo storico Francesco Tentori – perché realizza un inedito rapporto tra l’ospedale e il paesaggio esterno (prima che fosse costruito il Cus, la costruzione si specchiava nel mare) e all’interno tra le stanze della degenza e gli altri spazi. L’Inail aveva commissionato a Samonà un ospedale all’avanguardia, per quei tempi. Un ospedale con un forte carattere sociale, perché destinato alle cure degli operai e dei contadini vittime di incidenti sul lavoro, che avevano bisogno di prestazioni sanitarie e di attività di riabilitazione particolari e spesso di lunga durata. Così alle camere di degenza organizzate secondo criteri alberghieri (la luminosità, la vista sul mare) si aggiungevano spazi di socializzazione come il cineteatro accessibile anche alle carrozzelle e l’annesso, prezioso parco di villa Sabini, ma soprattutto la dotazione degli impianti di elioterapia al piano attico (distrutto da un ampliamento volumetrico che ha pure alterato la percezione del prospetto) e al piano terra le palestre e la piscina per la idrokinesiterapia, proprio quella per cui oggi si battono i cittadini riuniti in un comitato.

Il Cto non è considerato oggi fra i capolavori di Giuseppe Samonà, non perché non abbia le qualità del capolavoro, ma perché la condizione marginale della scena barese ha finito per riverberarsi anche sulla storiografia nazionale dell’architettura. Almeno di quella accademica. E dire che la critica militante si era accorta, eccome, del senso di questo lavoro. Giancarlo De Carlo illustra l’ospedale barese sul n. 206 della rivista “Casabella” nel 1955. «Riguardandolo oggi – scrive, correggendo una iniziale stroncatura – ci sembra una delle opere più rappresentative della nuova architettura italiana del dopoguerra. (…) Quello che sembrava azzardo o mancanza di rigore appare oggi il chiaro sforzo di comprendere la realtà con una coscienza empirica assai più profonda e risolutiva degli schemi paralogici che eravamo abituati ad usare. (…) Queste qualità ci precedevano e solo oggi riusciamo a coglierle nel loro giusto significato. Perché tutta l’opera di Samonà è in anticipo».

Il Comune di Bari ha tentato nel 2013, con molto ritardo, di esercitare una qualche forma di protezione dell’opera d’architettura, riparando al disinteresse della Soprintendenza per i beni architettonici. L’ha fatto inserendo l’ex Cto nell’elenco delle opere di architettura moderna e contemporanea previsto dalla legge regionale n. 14 del 2008. Purtroppo, anziché proporre l’elenco alla approvazione del Consiglio comunale attraverso una specifica variante urbanistica, l’assessore all’urbanistica dell’epoca, Elio Sannicandro, si lasciò convincere ad inserirlo nel calderone dell’adeguamento del Piano regolatore al Putt/P.  E la Regione Puglia, naturalmente, l’ha stralciato. Ora tocca alla nuova assessora, Carla Tedesco, riesumare l’elenco e farlo approvare, magari corretto  e aggiornato.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

 

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