PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_01_2015

FullSizeRenderLa ruggine erode il palazzo dal doppio volto _ A rischio l’edificio di Carlo Vannoni

Ferri scoperti, esposti alla pioggia e alla salsedine ormai da tre anni. Se la «messa in sicurezza» di un edificio significa accelerarne il degrado, il caso del Palazzo delle Finanze, in corso Vittorio Veneto, è davvero esemplare di questa strategia della dissipazione. È una cittadina che abita in via Oriani a segnalare in quali condizioni si trovano i cornicioni del palazzo: spicconati i copriferro che potevano staccarsi e precipitare al suolo, sulla testa di qualche passante, trattati qui e là i tondini arrugginiti con la vernice protettiva, le carie diffuse del cemento armato sono rimaste aperte mentre il cantiere del Provveditorato alle Opere pubbliche è stato chiuso, nell’agosto del 2012. È bastato accontentarsi delle manutenzioni interne (porte, finestre, pavimenti), per consentire la riorganizzazione degli uffici del Catasto e della Prefettura. Una serie di traslochi che ha lasciato ancora libera un’ala del fabbricato al piano rialzato ed un’altra all’ultimo piano. Spazi ampi, che potrebbero essere bene utilizzati per trasferirvi uffici pubblici che ora occupano locali privati con fitti costosi oppure per i quali si costruiscono nuovi edifici in riva al mare.

Il Palazzo delle Finanze è il primo della teoria di edifici pubblici del lungomare di Ponente realizzato negli anni del regime fascista, con la regia di Araldo di Crollalanza. Il Dpp, il documento programmatico preliminare al nuovo piano urbanistico della città, lo identifica come «Edificio di notevole valore architettonico», nella carta delle componenti strutturali del patrimonio culturale. E il palazzo rientra nel vincolo paesaggistico del lungomare. Insomma, andrebbe salvaguardato, perché è un episodio significativo della architettura del primo Novecento a Bari, al di là del giudizio che se ne vuol dare. C’è chi lo ammira e chi (per esempio l’architetto Arturo Cucciolla) lo bolla come edificio di «stile nazista, che sembra uscito dalla matita di Albert Speer, l’architetto di Hitler».
Non uno, ma due prospetti principali, offre questo palazzo, costruito fra il 1932 e il 1934. Due identiche facciate (una verso il castello, l’altra sul mare) caratterizzate dall’ordine gigante del portale colonnato, con capitelli a mezzo tra lo stile ionico e quello francone medievale, sormontati da statue allegoriche di bronzo. Il basamento è in pietra calcarea di Bisceglie, l’elevato in una piatta muratura di gialla pietra carpara punteggiata dalle finestre prive di cornici. Chiude la scolastica composizione un poderoso cornicione romano di coronamento, quello che mostra oggi il pericoloso degrado del calcestruzzo armato.

Il bando di concorso – ricorda Angela Colonna in «Architetture a Bari nel ventennio fascista» (Capone ed.) – richiedeva in effetti che l’edificio fosse «intonato» con il castello dirimpettaio in modo da «non contrastare con il sereno tono di una sobria e solenne architettura dugentesca». Ma forse il monumentalismo agli estrogeni del palazzo delle Finanze si deve solo alla giovane età del suo progettista e al cattivo gusto guerresco dei suoi maestri e tutori (diciamo: Marcello Piacentini e compagnia). Come si spiega altrimenti che l’architetto romano Carlo Vannoni vince nel 1931 il concorso per la progettazione del palazzo delle Finanze di Bari, avendo solo 24 anni ed essendosi laureato appena due anni prima?  Né può dirsi un caso isolato se ancora nel 1932 torna a vincere nel concorso per il palazzo dei Lavori pubblici, sul lungomare Nazario Sauro (attuale sede della presidenza della Regione Puglia). Una gara, quest’ultima, in cui ha la meglio, tra gli altri, su Giuseppe Samonà, su Mario De Renzi e sull’accorsato terzetto Nicolosi-Paniconi-Pediconi. «Gli incarichi affidati a numerosi architetti  “forestieri”, e romani in specie, e in parallelo l’aggiudicazione degli appalti da parte di imprese operanti a livello nazionale – ricorda lo storico Fabio Mangone nel saggio  “La costruzione della grande Bari negli anni del fascismo” (Jaca Book ed.) – suscitano preoccupazioni nell’ambiente locale. (…) Più tardi vi sarà anche chi, come Forcignanò, denuncia direttamente a Mussolini l’influenza di legami massonici nella gestione degli incarichi», gettando così un’ombra pure su di Crollalanza che nel periodo 1930-1935 era stato ministro dei Lavori pubblici.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

 

Pubblicato il 28|01|2015, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: