PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 21_01_2015

isolatoMemoria collettiva nel museo della città presente _ Lavori urgenti all’isolato 49

Manutenzione straordinaria al museo civico. Il Comune non vuol farsi trovare impreparato alla scadenza del bando di gara per affidarne la gestione e allora mette in cantiere alcuni lavori urgenti: riparazioni ai muri e al pavimento al piano terra, al solaio di copertura, sistemazione sui cornicioni degli aghi per tenere lontani i colombi, una controllata generale al sistema di allarme. Lavori che forse non farebbe a proprie spese nemmeno il più diligente degli inquilini. Già, perché i locali in cui si trova il museo non sono di proprietà della città ma dello Stato, al quale il Comune versa ogni mese un affitto: un assegno di 4mila 234 euro e 25 centesimi. Ora l’assessore alla cultura Silvio Maselli – proprio attraverso la gara per la gestione – conta di ottenere dalla Agenzia del Demanio il trasferimento senza oneri dell’immobile nel patrimonio municipale. Un bel risparmio: bastano due mesi di affitto per coprire il contributo annuale messo a disposizione del concessionario.

In breve, il bando di gara che scade il prossimo 9 febbraio ha per oggetto non solo la gestione della Casa natale di Niccolò Piccinni e del Museo Civico, ma anche – all’interno di quest’ultimo – la nascita di una nuova sezione: il Museo della Città, il cui senso è racchiuso in questa frase del bando: «mettere in comunicazione il tempo presente e la costruzione della futura narrazione della città, con la sua storia determinata dalle influenze culturali che l’hanno attraversata e abitata».

Una definizione impegnativa innocua, perché attesta la prossima attività museale sul fronte della contemporaneità e addirittura del futuro, col rischio (o l’augurio?) di invadere il campo dell’Urban Center da poco riformato e che attende di installarsi nel Fortino Sant’Antonio.

Certo un museo, la sua attività, non coincide esclusivamente con la sede fisica, che appare davvero alquanto angusta e disagevole. D’altra parte, l’immobile non fu restaurato pensando a questa destinazione. Il museo civico occupa una porzione del cosiddetto Isolato 49, a Bari vecchia, risanato per mano del Provveditorato alle Opere pubbliche, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, attraverso la «Legge per Bari vecchia», cioè la legge 1844 del 1962. Una legge che – nonostante le buone intenzioni – finì per essere poco più di una proroga del Piano regolatore di Bari vecchia (Concezio Petrucci, 1932). Si stanziavano 3 miliardi di lire per opere di risanamento, espropri e ricostruzione di edifici pubblici e poi si prevedeva un investimento di 4 miliardi per realizzare case popolari ed economiche. Di queste ultime non furono disegnati nemmeno i progetti, mentre i 3 miliardi produssero appunto l’Isolato 49 e poco altro. Lo svogliato tentativo di introdurre delle famiglie nei locali risanati naufragò assai presto: a  causa del nobile fine di recuperare con attenzione filologica la torre medievale che nel corso del tempo si era occultata in un grumo di superfetazioni le case non si dimostrarono propriamente abitabili. E fu facile allora per lo Stato riprendersi quegli spazi per farne uffici ministeriali e affittarne un pezzo al Comune per il proprio museo storico.

Ecco, il Museo della Città di Bari nascerà su questo sfondo di conflitto sociale e di espropriazione culturale. Ora, non sappiamo a quale modello si ispireranno i concorrenti in gara. Cristoforo Sergio Bertuglia e Chiara Montaldo in un libro intitolato «Il museo della città» (Franco Angeli ed.) ne passano in rassegna alcuni, dal museo di Londra, al Carnavalet di Parigi, dal Montreal History Center al Musée Urbain Tony Garnier di Lione. E mettono a confronto diverse strategie per fare del  museo l’espressione della comunità locale.

Senza dubbio questo genere di museo chiama in causa il problema della memoria collettiva, che non possiamo arrenderci a veder banalizzato nella formula della cosiddetta memoria condivisa.  «Non c’è memoria collettiva che non si sviluppi in un quadro spaziale», scriveva il filosofo Maurice Hablwachs in un saggio che viene citato anche da Giuseppe Di Vagno mentre propone nel 1970 una nuova legge per Bari vecchia. «Tuttavia le nostre impressioni si scontrano l’una con l’altra – aggiungeva Halbwachs – e non si capirebbe come noi possiamo resuscitare il passato se esso non si conservasse in effetti attraverso l’ambiente materiale che ci circonda. È allo spazio, al nostro spazio – quello che noi occupiamo, dove noi ripassiamo spesso, al quale noi abbiamo sempre accesso e che in ogni caso la nostra immaginazione o il nostro pensiero è in ogni momento capace di ricostruire – che bisogna rivolgere la nostra attenzione; è su di esso che deve fissarsi il nostro pensiero, perché appaia questa o quella categoria di ricordi».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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