PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_01_2015

Microsoft Word - juliancorrezioniL’aura dell’artista e il populismo degli skateboard _ Rossani, carte bollate e partecipazione 

«La progettazione partecipata è populismo! Mentre nel Laboratorio si discute sul futuro della Rossani al Comune è un viavai di geometroni e di carte bollate per un appalto da mezzo milione per un banale giardinetto. E allora, non sono meglio le palme di Fuksas che l’erba cipollina dell’orto urbano?». Bella domanda, quella che ci rivolge un architetto barese, colto e stimato. Lui ha appena rinunciato («meglio tenersi alla larga», dice) a collaborare con una impresa che partecipa alla gara per l’appalto integrato bandita dal Comune lo scorso 12 novembre. E che scade proprio oggi, mentre torna a riunirsi dopo la pausa natalizia il laboratorio di progettazione partecipata. Nell’ultima riunione il caso era venuto a galla: che senso ha – si è detto – questo pezzo di giardino (progettato dall’architetto comunale Gaetano Murgolo e dal geometra Michele Vomero, con la collaborazione di Erminia Traversa per il verde) mentre qui si va affermando la volontà di un nuovo approccio alla progettazione di spazi vegetali nella città, sulla linea del «Terzo Paesaggio» di Gilles Clément?

L’assessore all’urbanistica Carla Tedesco, lì per lì, concordava e prometteva che l’appalto sarebbe stato bloccato, sospeso o perlomeno limitato alla sola ristrutturazione della palazzina degli ex spogliatoi. Ne avrebbe parlato con l’assessore Galasso. Vedremo come è andata a finire… E se davvero la partecipazione è utile almeno a correggere gli errori, finché si è in tempo. Oppure se si tratta solo di populismo, come dice il nostro interlocutore.

CI sono anche  architetti nel laboratorio della Rossani, ma questo punto di vista è esemplare di un diffuso sentimento di ostilità nei confronti delle procedure di partecipazione, nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. Un atteggiamento tipico dell’Italia: per rintracciarne le ragioni più profonde bisogna andare alle origini “artistiche” della professione dell’architetto italiano, alle prime facoltà nate negli anni Venti, contro la cultura politecnica. Bisognerà attendere gli anni Settanta per incontrare un grande architetto italiano, Giancarlo De Carlo, che decide di affrontare con gli strumenti della partecipazione il progetto di un complesso di case popolari, il quartiere Matteotti a Terni. Per capire quanto poco fosse condivisa quella esperienza, ci basti ricordare il disprezzo del critico Manfredo Tafuri per la «mitologia della partecipazione» di De Carlo mentre contempla le costruzioni «ieratiche e contegnose» di Aldo Rossi al Gallaratese.

Il nostro interlocutore è convinto che i laboratori di progettazione partecipata siano una sorta di tribunale del popolo in cui l’architetto è l’unico imputato e che quindi la partecipazione è un ostacolo all’affermarsi della buona architettura. Gli facciamo notare che, se così fosse, in Europa – dove  la partecipazione è pratica ordinaria – non dovemmo vedere tutti gli esempi di grande architettura che abbiamo sotto gli occhi e viceversa non si spiegherebbe la desolata condizione attuale dell’architettura italiana benché nessun laboratorio di partecipazione minacci l’autorità dell’artista, l’aura del costruttore di città.

Trent’anni dopo l’esperienza di Terni, De Carlo tornerà a difenderla come possibile metamorfosi della professione: «Per uscire dalla sterile situazione di isolamento in cui si trova l’architettura – scrive nella postfazione al libro di Marianella Sclavi “Avventure urbane” -, è importante che la gente partecipi ai processi di trasformazione delle città e dei territori, ma è anche importante che la cultura architettonica si interroghi su come rendere l’architettura intrinsecamente partecipabile; o, in altre parole, come cambiare le concezioni, i metodi e gli strumenti dell’architettura perché diventi limpida, comprensibile, assimilabile. Dunque io credo che non serve una teoria della partecipazione, mentre occorre l’energia creativa necessaria a uscire dalla viscosità dell’autonomia e a confrontarsi con gli interlocutori reali».

Per il nostro interlocutore, gli esiti dei processi partecipativi sono scontati e privi di visioni sulla città, naturalmente orientati a forme di conformismo e di adeguamento allo status quo, finanche nella decisione di mantenere una pista per skaters. Ma di quali visioni sulla città – ignote ai cittadini stessi – sono portatori gli architetti? Ognuno ne avrà la sua propria. Ne aveva una anche De Carlo quando si chiedeva: «Cos’è dunque che mi interessa della città contemporanea? Mi interessa l’energia, che io sento intensa, tesa e creativa anche se disordinata, anche se in qualche caso patologica.(…) Mi interessa la possibilità di disincagliarsi dalla stupidità dell’urbanistica convenzionale ed ufficiale. Mi interessa che non ci siano corrispondenze ovvie tra l’uso dello spazio e la qualità dello spazio».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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