PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_12_2014

Casa Cs a Bitritto

Casa CS a Bitritto

La vita segreta di una casa fra dentro e fuori _ Moramarco & Ventrella a Bitritto

I balconi, dicono, sono «emblema della speculazione e di un modo di costruire fatto di aggiunte prive di ragion d’essere». E loro li hanno demoliti tutti: avvolgevano interamente i due lati del palazzo ad angolo fra via Ariosto e via Filzi, anche i monconi dei pilastri predisposti per una sopraelevazione, come tanti altri bassi edifici costruiti negli anni Sessanta e Settanta e che assediano la piazza centrale e il duomo di Bitritto.

Per gli architetti baresi Pierpaolo Moramarco e Stella Ventrella quel lavoro si è via via caricato di significati sempre più impegnativi, fino a diventare una sfida: dimostrare che è possibile rimediare ai danni della speculazione edilizia con una architettura onestamente contemporanea. E che un singolo episodio può contagiare l’ambiente. Questa almeno è la speranza dei tecnici comunali che  hanno esaminato e approvato un progetto osteggiato invece da alcuni liberi professionisti del luogo. «Non vi affidate a questi architetti, sono dei pazzi!», aveva detto uno di loro ai committenti (due giovani medici, Catella e Sammartino), buttandola sulla pericolosità delle demolizioni. E in effetti del vecchio edificio, alla fine sono rimaste in piedi solo le strutture. Via non solo i balconi, ma anche il vano scala in cemento armato. Ora per salire al piano superiore c’è una scala sospesa in acciaio, con i gradini in legno da cui filtra la luce che piove dall’alto. Quel che di solito è una barriera che separa gli spazi, – le rampe di scala, appunto – qui è diventato il fulcro delle comunicazioni tra gli spazi. Dentro tutto è luce, mentre all’esterno la costruzione ricorda un fortilizio: bianche pareti intonacate in cui si aprono finestre non grandi, incorniciate in scatole d’acciaio e di legno, uniche sporgenze di una superficie netta e opaca. Sull’altro lato, una doppia facciata: all’interno un’ampia vetrata, all’esterno un brise-soleil e in mezzo un «giardino», non più largo di un paio di metri.

In questo modo la Casa Cs (250 metriquadri) stabilisce un nuovo rapporto tra l’abitare e la città. Quel che prima era contatto immeditato tra l’interno e l’esterno – residuo di una perduta dimensione agricola dello spazio domestico ormai incompatibile con la dimensione urbana –  adesso è rapporto critico verso ciò che avviene nella strada e geloso della riservatezza familiare. Chi abita la Casa Cs non si lascia sopraffare dal disordine edilizio che lo circonda, ma sceglie le sue visuali. La vetrata al piano terra è orientata verso gli alberi della piazza e il duomo e nella stessa direzione permettono di vedere le lastre di vetro che nello spigolo interrompono l’alto parapetto in cui è racchiuso il terrazzo. La casa come microcosmo autosufficiente. Per capire di che si tratta bisogna entrare nello studiolo realizzato al terzo livello del fabbricato : dall’esterno sembra uno scatolo di legno, dall’interno è una stanza con una parete vetrata che si apre su un breve «giardino segreto» alla fine del quale i grandi scuri di legno sono il diaframma tra il mondo di dentro e il mondo di fuori.

Questa spinta ad inventare spazi aperti ma privati all’interno dell’abitazione ci suggerisce di andare a cercare modelli nella tradizione costruttiva iberica, per come essa si è andata cristallizzando nell’architettura del Moderno e poi contemporanea. Pensiamo al controllo della luce zenitale messo in scena da Juan Navarro Baldeweg oppure all’uso estremo dei brise-soleil di cui era capace José Antonio Coderch.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad una evoluzione della tipologia della casa a patio, di cui restano ridotti al grado zero della teoria le fondamentali relazioni spaziali. Non di poco conto è, da questo punto d vista, il rapporto di amicizia che lega lo studio Moramarco & Ventrella all’architetto spagnolo Guillermo Vasquez Consuegra. E anche di collaborazione: ricordiamo che insieme conquistarono il secondo posto al concorso Baricentrale, nel 2013. Si trattava, in quel caso, di disegno urbano e di architettura delle infrastrutture. Temi solo apparentemente lontani dalla Casa Cs, perché la distanza tra i due progetti è colmata da una stessa, unica tensione: l’architettura come strategia della rigenerazione urbana, come possibilità di indicare una strada per «costruire nel costruito», diciamo con Rafael Moneo, che non sia quella della speculazione.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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