PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_12_2014

Madonnella, uno schizzo, veduta dall'alto

Madonnella, uno schizzo, veduta dall’alto

Il peso massiccio di una fontana con senso civico _ Tre città unite a Madonnella

La fontana in costruzione è l’ultimo pezzo della nuova piazza Carabellese. Un cantiere durato troppo a lungo, rallentato dai vincoli veri o presunti di bilancio che hanno legato le mani alle ditte appaltatrici, ma pure dalle richieste della Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio, ossessionata dal rispetto dei tracciati delle strade e dei marciapiedi. Aspettiamo la chiusura definitiva del cantiere per esprimere un giudizio sull’opera e ci limitiamo qui a discutere intorno alla fontana, che esprime il senso dell’intera strategia di riqualificazione di un nodo complesso del tessuto urbano.

«Tutte le geometrie delle pietre che compongono la fontana risiedono all’incrocio di tre assi», spiega l’architetto Cucciolla, a capo del gruppo di progettisti (con gli architetti Giulio Castellani e Marco Guerra e l’ingegnere Leo Coratelli) che cinque anni fa vinse un concorso bandito dal Comune: il primo è l’asse del Murattiano, il secondo è quello di Madonnella (parallelo alla costa) e infine c’è l’asse di San Pasquale, poco percepibile a causa della barriera ferroviaria, che corre parallelo a via Amendola e alla ferrovia del Sud Est. «Lì dove è stata collocata la fontana, c’è dunque  il punto di confluenza di tre città», dice Cucciolla mentre ricorda in qual maniera avesse affrontato la questione oltre un secolo fa l’ingegnere Mauro Amoruso, progettando la scuola Balilla con una pianta triangolare, proprio a rimarcare la rotazione della maglia ortogonale del Murattiano nel luogo stesso in cui inizierà poi la «città nuovissima» di Levante, retropalco della scenografica monumentalità fascista del lungomare.

Ci sono poi i contenuti simbolici del progetto: «la fontana rappresenta un gesto laico di raccordo tra la scuola, che è il monumento civile per eccellenza, e l’altare della madonna, un monumento religioso».  Ma questo non basta a spiegare la scelta di una fontana, piuttosto che un altro oggetto. E in effetti nei primi disegni non c’è ancora nulla che zampilli. L’idea dell’intersezione di tre assi dà luogo a tre lastre che si incastrano a formare una sorta di obelisco del terzo millennio. Ma non tarda ad affacciarsi il dubbio: «Mi era sembrata – ammette l’architetto – una idea troppo astratta per il cittadino medio, di difficile lettura nel suo significato. Una fontana invece è universalmente riconosciuta come oggetto dell’estetica della città». Vero, però non è forse questo un rifugiarsi nella tranquilla condivisione del senso estetico comune, inevitabilmente schiacciato sul passato? Non è forse un rincorrere il gusto del pubblico? «No, la fontana – protesta Cucciolla – è un punto di riferimento spaziale e rientra pienamente nel repertorio dell’urbanistica del Moderno». E cita gli esempi di Aldo Rossi e di Bruno Taut e ricorda che comunque Bari ha una storia di fontane, legate anche alla nascita dell’Acquedotto Pugliese, che esprimono una monumentalità recente.

Com’è dunque la fontana di Madonnella? L’anello esterno si compone di dodici monoliti di basalto dell’Etna e ciascuno pesa 11 quintali. L’intera fontana, montata, peserà due tonnellate e mezza. Una «massiccia pesantezza – dice Cucciolla – per una geometria di estrema semplicità che è anche una risposta al temuto vandalismo». Certo, contro gli spray non c’è  minerale, per quanto durissimo, che tenga.

Bisognerà affidarsi un po’ alla sorte, un po’ alla buona accoglienza dei cittadini. Che in fatto di fontane sono diffidenti. E come dar loro torto dopo la catastrofica vicenda della «fontana» dell’ archistar giapponese Toyo Ito a Pescara? A soli due mesi dell’inaugurazione, nel 2009 uno sbalzo di temperatura fa incrinare il «Huge Wine Glass», un monolite alto cinque metri, apparentemente sospeso su uno specchio d’acqua e realizzato in una resina trasparente, polimetilmetacrilato, contenente 20 metricubi di acqua, nella quale si muovono rosse forme sinuose che ricordano quelle di un calice di vino. Per evitare la definitiva esplosione del parallelepipedo viene realizzata una gabbia di acciaio, che comincia immediatamente ad arrugginire. Ci sono voluti quattro anni per rimuoverlo di lì ed un referendum fra i cittadini: due su tre al posto dell’opera di Toyo Ito vogliono una fontana monumentale. E anche per il sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascia, «oggi la piazza, dopo opere di riqualificazione che, senza nulla togliere ai progettisti, non sono mai piaciute ai pescaresi, ha bisogno di luce, di acqua e di luminosità».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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