PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_11_2014

IMG_1144Il bene comune non è petrolio _ Paesaggio, Decreto Cultura e «Sblocca Italia»
«Matera rappresenta l’esatto contrario dell’economia di rendita che sfigura le città d’arte, come Venezia o Firenze, ridotte a grandi griffe». Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che conduce una strenua battaglia per la difesa del patrimonio culturale, era capitato a Matera un anno fa, «in quella che, sulla carta, era la più sfavorevole delle situazioni». Perché in un medesimo giorno si davano il festival di Radiotre e la presentazione del dossier della candidatura a Capitale europea della cultura. Troppi eventi.

Chi poteva dire allora con certezza che proprio Matera avrebbe vinto un anno dopo la gara con le altre città italiane? Nessuno, nemmeno Montanari che loda il modello-Matera in un libro, «Istruzioni per l’uso del futuro» (Minimum fax ed., pp. 132, euro 9), apparso mesi prima del felice verdetto. Un modello impastato di accoglienza, socialità, apertura. La cultura come cittadinanza: la drammatizzazione dei giovani attori, i braccianti extracomunitari che narrano la loro vita, il Museo nazionale con le opere di Carlo Levi insieme alle fotografie delle donne dell’Aquila, la chiesa rupestre appena scoperta e i bambini a tu per tu con le sculture contemporanee del Musma.

Scritto quando era ancora ministro per i Beni culturali Massimo Bray, il volume di Montanari si illumina di speranza, pur passando in rassegna i delitti di Stato contro il patrimonio artistico e il paesaggio. E la speranza si può declinare in 21 idee, scandite in un vocabolario, dalla A di Ambiente alla Z di Zenit, passando per concetti come Bene comune, Educazione, Ius soli, Spazio pubblico, Tutela… E, non ultimo, il tema dei finanziamenti che scivola immancabilmente nella privatizzazione. «È una menzogna, e una menzogna interessata. La mancanza di soldi (…) è una scelta politica», protesta Montanari, in un paese in cui per mantenere il patrimonio culturale «basterebbe un quinto della spesa militare, un decimo di quanto lo Stato ha speso per salvare le banche che si erano colpevolmente esposte nella crisi finanziaria».

Dario Franceschini, il successore di Bray al ministero, nemmeno un mese fa si è complimentato con se stesso per la definitiva approvazione al Senato del Decreto Cultura con le seguenti parole: «Questa legge abbatte due barriere: quella del rapporto tra pubblico e privato e quella della separazione tra la tutela e la valorizzazione che per troppo tempo hanno monopolizzato il dibattito italiano. Adesso non ci sono più scuse: veniamo da anni di tagli, è arrivato il momento di investire». Per i privati, con il bonus fiscale. Ci sarà tempo per contare i danni irreversibili che il decreto «Sblocca Italia» sta per produrre al paesaggio.

«Ogni dibattito sul patrimonio culturale – scrive Montanari – si arena sulla divisione tra chi crede che il denaro sia l’unico metro possibile e chi non è disposto a prostrarsi di fronte a questo dogma». E la legge Franceschini impasta scavi archeologici e alberghi, ristoranti e chiese barocche offrendo i beni culturali ancora una volta sull’altare del turismo. Ma «imboccando la via del patrimonio come “petrolio d’Italia” ci siamo preclusi quella del patrimonio come bene comune». Questa presa di posizione nel dibattito su proprietà pubblica e beni comuni accomuna Montanari a Salvatore Settis, Stefano Rodotà e Paolo Maddalena, ai protagonisti cioè di una battaglia in difesa della Costituzione repubblicana e per la riscoperta della centralità che assume nella Carta fondamentale la relazione modernissima e indissolubile tra monumento e paesaggio, tra patrimonio e educazione, tra cultura e democrazia. Una relazione in cui – come ha insegnato la lotta dei comitati dei cittadini contro la privatizzazione dell’Ospedale Vecchio di Parma – «il paesaggio, l’ambiente e il patrimonio artistico sono di tutti. Ma non di tutti e di nessuno: invece, di tutti e di ciascuno di noi».

La differenza tra proprietà pubblica e proprietà collettiva si manifesta ovunque in Italia, là dove i beni comuni vengono strappati all’abbandono o alla privatizzazione attraverso azioni popolari e occupazioni: dal teatro Valle di Roma alla ex caserma Rossani di Bari. «Nelle nostre città – annota Montanari – c’è un enorme bisogno di restituire alla gestione diretta dei cittadini gli spazi improduttivi, e dunque sottratti a ogni forma di utilità sociale. Se questo vale, a rigor di Costituzione, addirittura per gli spazi privati, cosa dovremmo dire di quelli che appartengono a tutti noi»?

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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