PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_10_2014

Pumpenhaus, Bochum |

Pumpenhaus, Bochum

Salvate le fabbriche dalle ruspe e dalle pizzerie _ Una legge per l’archeologia industriale

Salvate le fabbriche. Non tutte, certo, ma quelle che hanno qualcosa da raccontare del loro passato. La qualità architettonica è irrilevante, sebbene non sia affatto difficile trovarla in quei luoghi dove si è combattuto il duello per l’affermazione del nuovo, della ricerca, del lavoro e del sapere. Un corpo a corpo tra passato e futuro che ha lasciato tracce dell’emancipazione sociale. Come non pensare alle tabacchine? Le giovani operaie che all’inizio del Novecento scendevano dai treni in piazza Roma e a piedi attraversavano l’alba della città per entrare nella Manifattura dei Tabacchi, in fondo al quartiere Libertà, prima ancora che vi costruissero la chiesa del Redentore e l’istituto del Salesiani. Le tabacchine, pagate la metà degli uomini, erano l’ultimo gradino del lavoro salariato. Basterebbe questa pagina della storia sociale barese a consigliare riguardo verso la grande fabbrica dismessa da decenni. E infatti la Manifattura dei Tabacchi è tra i pochi esempi cui si fa accenno nella relazione che accompagna una nuovo, recentissimo Disegno di legge regionale intitolato “Valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale”.

Una generosa citazione (“Anche in Puglia da alcuni anni sono stati avviati e in parte conclusi importanti recuperi”) dalla quale non traspare affatto il dramma del complesso edilizio, solo in parte – un terzo – restaurato per ospitare un mercato coperto che ha già bisogno di ristrutturazione, mentre un’altra parte è rimasta vittima della incredibile politica immobiliare dell’Università degli studi: dopo aver rinunciato a trasferirvi la facoltà di Scienze della Comunicazione, ora l’Ateneo non riesce a disfarsene e spera nel soccorrevole intervento del Comune che sarebbe disposto ad un acquisto. Ma le idee di riuso degli enormi spazi sono ancora vaghi e l’unico punto fermo sembra essere il bisogno, anzi la fame di spazio pubblico che morde lo stomaco di un quartiere ad alto tasso di povertà come il Libertà.

Potrà servire la nuova legge regionale alla Manifattura?  La futura norma, che si compone di soli cinque articoli, nasce nella fucina dell’assessorato guidato da Angela Barbanente e non per caso si mette in relazione con altre leggi regionali già attive: la legge 17 del 2013 sui Beni culturali, la legge 14 del 2008 per la qualità delle opere di architettura, la legge 21 del 2008 per la rigenerazione urbana. Tenendo conto di questi “precedenti” si può dire che la nuova legge non mira ad applicare vincoli, ma a orientare la conservazione dell’edificio industriale dismesso che merita una sorte diversa dalla demolizione, attraverso un riuso che passa attraverso l’attribuzione di un nuovo senso al luogo. Non solo una nuova funzione, una nuova destinazione d’uso, come si dice fra tecnici, ma proprio un senso nuovo, che contenga in sé la memoria del luogo, il riflesso di storie come quella delle tabacchine di via Ravanas. Da questo punto di vista la definizione di “archeologia industriale”  può sembrare un ossimoro ma è efficace perché sottolinea che qui servono prima di tutto gli antropologi. Etnologi insieme agli architetti e agli ingegneri.

Utile e inevitabile è il confronto con esperienze analoghe fatte altrove in Europa e che la critica più aggiornata definisce “Architettura postindustriale”, chiamando in causa la dimensione della economia dell’immateriale che colonizza gli spazi della materialità perduta. Un bel problema di filosofia, se rileggiamo le riflessioni di André Gorz. Generalmente, quando la mano passa alle archistar, il ragionamento sul senso dei luoghi resta in ombra e tutto si riduce ad un cambio di destinazione per realizzare centri culturali o musei. Pensiamo al Caixa Forum progettato da Herzog & De Meuron a Madrid nel 2009 o al Nuda Art Center dello studio 51N4E a Kartring, in Belgio. Pensiamo a quel deposito merci dismesso su una banchina del porto di Dunkerque che gli architetti Lacaton & Vassal hanno trasformato nella sede del “Frac”, il museo d’arte contemporanea del Pas-de-Calais. Oppure ci si dà alla gastronomia, ma sempre con un tocco di cultura: una vecchia stazione di pompaggio a Bochum, in Germania, ha trovato una nuova vita come ristorante e centro per visitatori della adiacente “Jahrhunderthalle” (teatro e spazio per performance) grazie al progetto dell’ingegnere Heinrich Böll di Essen. A Londra invece gli architetti Kevin Carmody e Andrew Groarke hanno riempito di ristoranti, bar e bistrot addirittura un ex deposito di petrolio: “The Filling Station”.

Ma è possibile immaginare una rigenerazione della ex industria che non sia l’industria del tempo libero?

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Pubblicato il 20|11|2014, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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