PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_10_2014

Laboratorio urbano a Torino, 1999. (Foto: Michele D'Ottavio)

Laboratorio urbano a Torino, 1999. (Foto Michele D’Ottavio)

La città decisa dai cittadini non è un lusso _ Partecipazione, una legge regionale 

Per costruire in città, trasformare il territorio, la partecipazione dei cittadini non è un lusso, ma un dovere. E con questa idea – che appare eretica in Italia, mentre è da decenni pratica diffusa nell’Europa civile –  i consiglieri della Regione Puglia dovranno fare i conti, quando arriverà in aula il disegno di legge  presentato pochi giorni fa dalla vicepresidente della giunta e assessore all’assetto del territorio, Angela Barbanente, insieme agli assessori Minervini e  Nicastro.

Perché una nuova legge? A che serve? La vicenda della Tap a Melendugno ha riportato alla ribalta il tema del consenso popolare verso le grandi opere. O se vogliamo vedere la questione da un’altra angolatura, ha svelato la perversione dei meccanismi pur legittimi della delega: poteri pubblici che mimano rapporti privati, procedure d’ufficio che si manifestano solo negli esiti alle popolazioni che ne dovranno subire gli effetti. Il caso della costruzione della sede del Provveditorato alle opere pubbliche  di fronte al castello, in una area vincolata, è attualissimo. Proprio per oggi è attesa la sentenza del Tar sul ricorso presentato da 37 associazioni e comitati popolari. Caso esemplare di conflitto sociale provocato da un’opera pubblica, costruita dallo Stato, su suolo demaniale, ma ignorata dai cittadini finché non sono arrivate le gru. E, nel suo piccolo, anche la vicenda del progetto sbagliato della piazza Massari entra in questa sfera di problemi: la settimana scorsa in questa rubrica si anticipava in qualche modo il disegno di legge regionale sostenendo la necessità di un controllo popolare sulla progettazione degli spazi pubblici.

Il disegno di legge regionale non è una bizzarra invenzione, perché in realtà fornisce una norma attuativa a quella attività partecipativa che è già prevista, ma sempre elusa, nella realizzazione di gran parte delle opere pubbliche, assoggettate alla Valutazione di impatto ambientale o alla Valutazione ambientale strategica.

Chi può promuovere una processo di partecipazione? Chiunque, dice l’articolo 5 del disegno di legge, dalla stessa Regione ai Comuni, dagli enti pubblici e privati che intendono «trasformare il territorio», alle associazioni e ai comitati e perfino tutte le «altre persone che hanno interesse ». Il che vuol dire che – per esempio – se questa legge fosse già stata approvata, il collettivo della ex caserma Rossani potrebbe promuovere direttamente un laboratorio di progettazione partecipata riconosciuto e senza essere costretto a istituzionalizzarsi in una qualche forma di associazione legale, preludio della azienda che sta sul mercato. Di tecniche, teorie e pratiche della partecipazione si discute in diversi luoghi della città: oggi debutta all’Impact Hub in Fiera il workshop intitolato «Reactivicity Reloaded? Co.Making Cities». Lo organizzano Coompany e Pop Hub e prosegue fino a sabato prossimo all’Officina degli Esordi.

Il disegno di legge fissa i livelli essenziali dei processi partecipativi: coinvolgimento; informazione qualificata; progettazione condivisa; attuazione, gestione e monitoraggio dell’intervento; tracciabilità e trasparenza; decisione.  Sono gli stessi livelli che devono essere autocertificati al termine del laboratorio (durata massima, 6 mesi). Il testo tuttavia non stabilisce nulla circa le professionalità che devono gestire il processo. Né chiarisce quale grado di indipendenza debba essere assicurato all’esperto. D’altra parte, «la decisione finale – si legge nel disegno di legge – resta comunque di competenza del soggetto proponente o del soggetto cui spetta l’adozione o l’approvazione dell’intervento che, in caso di mancato accordo, la motiva dettagliatamente rispetto a ciascuno dei punti controversi».

Così formulato il processo partecipativo non sembra affatto immune dal rischio di «tokenismo» , termine con cui Sherry Arnstein già nel 1969 indicava quelle che, per mancanza di controllo popolare e di potere delegato, finivano per essere attività di costruzione del consenso, solo un po’ più raffinate della propaganda. E questa deriva è sempre possibile, come ci dimostrano esperienze a noi vicinissime, una fra tutte la réclame messa in scena dalla precedente amministrazione comunale per il piano urbanistico generale. Vivace è il dibattito e puntuali le critiche alle pratiche di partecipazione dall’alto, o verticali. Se ne sono occupati negli ultimi tempi studiosi come John Forester del Mit («The deliberative practitioner», 1999) o come David Wilcox che nel volume «A guide to effective partecipation» (Partnership book, Brighton, 1994), ammonisce: Il potere dell’esperto consiste nell’influenzare chi ne trarrà benefici. La partecipazione non è un processo neutrale. Bisogna aver ben chiaro a se stessi: Qual è l’obiettivo del processo? Chi è il destinatario? Chi paga? Chi controlla?

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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