New York e Istanbul, le città gridano

favela-morumbi-sao-paulo_thumbPubblichiamo un estratto dell’intervento di Salvatore Settis al Festival del Diritto in corso a Piacenza.

Pensata per la vita associata e costruita per durare, la città è il luogo deputato della progettazione del futuro. Perciò la dissoluzione della città storica e la messa al bando della diversità dei modelli urbani incidono sul comportamento delle donne e degli uomini, impongono nuove rotte alle pratiche della cittadinanza, trasformano il discorso pubblico sulla democrazia, sull’economia, sull’eguaglianza. 

Perciò le proteste popolari degli ultimi anni, da Istanbul a New York, hanno uno spiccato carattere urbano. Protestare in città, protestare per la città: fra le matrici di questo nuovo orizzonte ha un ruolo centrale la tematica del diritto alla città come teatro della democrazia. A quasi cinquant’anni dal Droit à la ville di Henri Lefevbre (1968), questa riflessione aveva bisogno di un radicale ripensamento: Rebel Cities di David Harvey (2012, trad. it. 2013) ci permette di dare al diritto alla città, attraverso l’universo dei beni comuni, la dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa. 

Nata e cresciuta per il suo valore d’uso, la città riflette la forma della società. Ma la mercatizzazione del mondo condanna questo valore originario e trasforma il valore d’uso in valore di scambio: la città vale quel che rende, dunque è perennemente in vendita. Ma il diritto alla città ha un solido fondamento antropologico: la città storica risponde al bisogno di luoghi qualificati, che possano suscitare attività creative, circolazione di idee, simbolismi. 

In essa, lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo. Diritto alla città è anche diritto alla sua trasformazione secondo un progetto che la veda come culla dell’alterità e patria delle nuove cittadinanze; perché la città è fatta di “spazi sociali dove ‘qualcosa di diverso’ costituisce il fondamento per definire la traiettoria dell’innovazione” (Harvey). Al contrario della monocultura di una piatta urbanizzazione “globale” che sta invadendo il pianeta, la città storica è una topografia di diversità, un dispositivo di accoglienza, una macchina per pensare. Per pensare l’altro da sé, e dunque se stessi. Creazione collettiva di tutte le classi sociali, la città è fondata sul lavoro delle generazioni passate, sulla capacità di creare lavoro per le generazioni future. I movimenti per il diritto alla città innescano spesso rivolte urbane di gruppi sociali emarginati, che occupando zone-chiave delle loro città reclamano una modalità del vivere diversa da quella imposta dai meccanismi di mercato. Perciò il diritto alla città ne rivendica la proprietà collettiva, esige controllo democratico e orientamento al bene comune: temi tornati di attualità nei movimenti degli urban commons. In Brasile, le lotte popolari e la riflessione etica e giuridica hanno portato a riconoscere esplicitamente il diritto alla città (legge 10.257 del 2001), “inteso come diritto a città sostenibili, al risanamento ambientale, alle infrastrutture urbane, ai trasporti e ai servizi pubblici, al lavoro e al tempo libero per le generazioni presenti e future; come gestione democratica dei programmi di sviluppo urbano, con partecipazione della popolazione e delle associazioni”. 

Il principio generale, affermato con forza nella Costituzione brasiliana, è “ordinare il pieno sviluppo delle funzioni sociali della città e garantire il benessere dei suoi abitanti” (art. 182), stabilendo la priorità dell’interesse collettivo sui diritti individuali dei proprietari e il predominio del valore d’uso degli spazi e degli edifici urbani sul valore di scambio. 

Il movimento per il diritto alla città in Brasile si fonda sul riconoscimento della funzione sociale della proprietà, previsto dalla Costituzione del 1988. Ma in Europa questo tema ha una storia assai più lunga. Nella Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) l’art. 154 recita: “La proprietà comporta obblighi. Il suo uso dev’essere al tempo stesso un servizio reso nell’interesse generale”. 
Fu questo il punto di partenza per una appassionata discussione nell’Assemblea costituente della Repubblica italiana, che portò all’art. 42 della nostra Costituzione: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. 
E secondo la nostra Costituzione funzione sociale della proprietà e diritto al lavoro (art. 4) sono strettamente uniti da un nesso non solo giuridico, ma etico, economico e funzionale. Lavoratori del quotidiano e creatori del futuro, i cittadini devono riappropriarsi del diritto alla città: che non è arrestare lo sviluppo, ma progettarlo secondo il bene comune; non conservare passivamente, ma mutare rispettosamente. Insomma, il diritto di ripensare la città risponde alla sfida più dura: rilanciare la centralità del cittadino-lavoratore, assicurando alle nuove generazioni dignità sociale e pieno sviluppo della persona. 

SALVATORE SETTIS

(pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, venerdì 26 settembre 2014)

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Pubblicato il 28|09|2014, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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