PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_09_2014

Il coraggio del burocrate _ Beni culturali tra funzionari e cittadini

La decisione dei giudici del Tar di fermare le betoniere in attesa di stabilire se il cantiere del Provveditorato alla opere pubbliche di fronte al Castello normanno-svevo sia oppure no «abusivo» è un punto di svolta. Sia nel braccio di ferro che oppone associazioni culturali e comitati popolari a istituzioni e uffici dello Stato, sia nella guerra di nervi tra il Comune di Bari e il Provveditorato e l’amministrazione locale dei Beni culturali.

I comitati, che rivendicano il diritto di controllare gli usi e i presunti abusi del patrimonio pubblico, gioiscono ora perché finalmente un giudice ha fermato il cantiere, perché hanno ottenuto da un tribunale quel che inutilmente hanno chiesto – la sospensione dei lavori – anche solo fino all’accertamento di un vincolo che incredibilmente chi doveva custodire ed esercitare aveva «smarrito» e che è stato ritrovato solo perché «doveva» esserci, non poteva non esserci, a tutela di un bene culturale, architettonico e storico come il castello che fu dimora di Ruggero, di Federico II, di Bona Sforza e di Isabella di Aragona.

Un bella soddisfazione (peraltro provvisoria: aspettiamo di vedere come si esprimerà il giudice fra un mese)  che però a qualcuno lascia un retrogusto amaro. Senz’altro a chi, come il sindaco Antonio Decaro e l’assessore all’urbanistica Carla Tedesco, crede sinceramente nella collaborazione istituzionale ed è convinto che la via giudiziaria sia una scorciatoia della azione politica, un suo deludente succedaneo, anche quando porta al successo.

Questa vicenda interessa da vicino i diritti dei cittadini, quelli di Bari vecchia e quelli di «Bari nuova», i baresi e i turisti, financo il coccolato crocierista che del turista è una variante assai particolare. Tutti comunque portatori di un «interesse pubblico» (il verde, la cultura, lo spazio collettivo) che si scontra con un altro interesse ugualmente detto «pubblico» perché espressione dell’amministrazione statale che finisce tuttavia per comportarsi da proprietario, come un qualsiasi privato, abbarbicato ai propri esclusivi diritti.
Il rischio che si corre è che il funzionario pubblico chiamato a giocare un ruolo nella vicenda finisca per identificarsi, anche agli occhi del cittadino, con l’amministrazione cui appartiene. Ma è una idea reazionaria quella per cui un funzionario incarna l’istituzione, sicché una critica all’impiegato, al dirigente o all’agente diventa senz’altro un attacco alla istituzione che egli incarna. È una idea che peraltro si fa largo sempre più con l’identificazione tra una carica elettiva e l’istituzione: il deputato con il Parlamento, l’assessore con il Comune, addirittura il consigliere con la sua Circoscrizione.
Condividendo questa idea si finisce col  portare acqua al mulino di chi – per esempio in questo caso – sostiene la necessità della abolizione delle soprintendenze, rappresentazione plastica di una burocrazia costosa e pur inefficiente, popolata da tanti Akaki Akakievic, il protagonista del racconto di Nicolaj Gogol’ «ll Cappotto». Una idea che appare al tempo stesso la parodia della teoria della istituzione come strumento del dominio antidemocratico definita da Foucault.

Ma la soprintendenza che prima «dimentica» un vincolo e poi lo ritiene superato dalle trasformazioni avvenute a causa della sua propria disattenzione non è la stessa istituzione che ottant’anni fa volle quel vincolo? Certo non sono le stesse persone e non potrebbe essere diversamente. Il vincolo a protezione del Castello fu voluto dal soprintendente Quintino Quagliati al temine di un aspro braccio di ferro con il potentissimo  ministro Araldo Di Crollalanza. L’oggetto dello scontro istituzionale – ci ricorda l’architetto Arturo Cucciolla – era la costruzione del lungomare, ai piedi della muraglia, con il poderoso interramento. Opera già prevista dal piano regolatore del Veccia che proprio Quagliati bocciò in prima battuta.
Importante archeologo ma soprattutto intellettuale di sangue romagnolo (era stato allievo di Giosuè Carducci a Bologna) Quagliati non poté alla fine impedire la disastrosa opera, ma almeno tentò di allontanare la strada dal castello, applicando appunto quel vincolo che prefigurava un parco pubblico di cui pure si iniziò la realizzazione e di cui i pini nell’area portuale sono tutto quel che rimane oggi.
Il «Parco del Castello», immaginato, proposto e rivendicato dalle associazioni e dai comitati popolari, non sarebbe dunque una innovazione ma il compimento di quella strategia di resistenza della cultura del bene pubblico alla ragion di Stato che ha protetto per un secolo l’indifferente uso del territorio e l’offesa di un paesaggio urbano di grande valore.
Ma i funzionari, si sa, non sono tutti uguali.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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