PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_07_2014

unnamedIl Castello difeso dagli indifferenti e dal marketing _ La battaglia di Perotti, un secolo fa

«Che ne faremo? Potremmo anche non farne nulla: tenercelo così per mostrarlo ai forestieri, che ora, in mancanza d’altro, son costretti ad ammirare il Politeama e il Circolo Unione». Sempre saporito, Armando Perotti che con la sua penna affilata dà il via ad una battaglia di opinione per restaurare il castello normanno-svevo e sottrarlo alle decisioni di una burocrazia statale indifferente ai bisogni e ai diritti della città. Una battaglia che ha singolari analogie con il movimento di società civile che oggi si oppone alla costruzione del palazzo di uffici davanti a Santa Chiara e che, in virtù di un vincolo statale ignorato finora, ha ottenuto proprio ieri la richiesta del Comune di Bari al Provveditorato alle Opere pubbliche per la sospensione immediata dei lavori.

Con la realizzazione del parco del castello proposto e reclamato da 29 associazioni e comitati popolari, potrebbe essere questa l’occasione per dare compimento all’iniziativa civica intrapresa oltre un secolo fa dal giornalista Armando Perotti con un articolo. È il 9 giugno 1906: nel castello non ci saranno più i carabinieri, ma sembra deciso che vi rimanga il carcere. Consegnato al Comune l’8 febbraio 1832 per evacuare i criminali dagli inumani sotterranei della Muraglia, il castello non si è dimostrato certo un luogo più ospitale. Ciò nonostante nel 1859 diventa anche caserma della fanteria  di riserva e della gendarmeria che trasloca dal convento di Santa Teresa dei Maschi. Ambiente malsano, pessima idea. Come annota Armando Perotti, «tutti dissero di star male, carcerati e gendarmi, topi e gatti». Il carcere giudiziario è chiuso solo nel 1931 e nel ’35 il castello diviene sede della soprintendenza alle Belle arti. I restauri iniziano nel dopoguerra ma ancora nel 1993 il soprintendente Di Paola avanza una «proposta di recupero» in cui rimangono ben sistemati gli uffici mentre del museo non c’è ancora traccia.

La battaglia di Perotti, che aveva «la consapevolezza di lavorare – ha notato Francesco Tateo – per dare alla Puglia una dignità moderna e civile», non ha ancora dato i suoi frutti se siamo al punto in cui siamo. Però è interessante rilevare come l’opposizione civile al degrado del bene comune già allora sia capace di esprimere idee moderne anche in fatto di restauro. Con un anticipo di ben settant’anni su Cesare Brandi e la Carta del restauro, Perotti con ampia visione urbanistica scrive: «Via tutto quel che nasconde ora il magnifico sviluppo delle cortine e dei baluardi e degli sproni (…) torni la piazza grande dinanzi la porta, il maggior largo urbano di quattrocent’anni fa (…) e dove fu fossato, aperto ai flussi marini, aiuola sia di verde e di fiori intorno al rinascente titano». Via dunque le «sconce casupole» e le superfetazioni ma nessuna aggiunta, nessun falso né teorie del “com’era, dov’era” applicate ancora pochi anni fa al Petruzzelli: «Restaurare, per me, come vedete, non significa rifare, ma solo togliere il malfatto».

Mentre scrive Armando Perotti, nel 1906, a Roma i parlamentari discutono disegno di legge della commissione Rosadi sulla tutela dei beni architettonici, che diventerà norma dello Stato tre anni dopo e che è la fonte del vincolo sull’area del castello di cui si parla oggi. «Bari deve insorgere con ogni sua forza. Questa è l’ora di farsi sentire, o concittadini. E lo Stato faccia le sue carceri dove vuole, fuor di città…».  La proposta lanciata da Armando Perotti non riesce a smuovere dal torpore i parlamentari né (al contrario di oggi) gli amministratori comunali, ma suscita un ampio dibattito sui giornali e raccoglie importanti sostegni, come quello del soprintendete alle antichità, Andrea Gabrieli, e dello storico delle fortificazioni, il capitano Gennaro Bacile di Castiglione. Anche l’architetto romano Ettore Bernich, il progettista che un anno prima ha ampliato palazzo Fizzarotti, interviene nella discussione ma con l’aria dell’archistar forestiera dice un paio di sciocchezze storiche e propone usi plurimi del castello: oltre che museo, anche palestra e sede di rappresentanza del Comune. Oggi diremmo che lui è un «valorizzatore dei beni culturali» mentre Perotti si oppone a un futuro del castello che non sia quello di «cosa da museo racchiudente un museo», organizzato per raccontare al visitatore origine e storia della città. «Ho letto anche della festa notturna sull’Acropoli di Atene. Per mia fortuna, i fati non hanno voluto ch’io assistessi a tanta profanazione».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Pubblicato il 31|07|2014, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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