PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 23_07_2014

La banchina di Santa Chiara e uno scorcio del porto borbonico agli inizi del Novecento, in una litografia dell'epoca

La banchina di Santa Chiara e uno scorcio del porto borbonico agli inizi del Novecento, in una litografia dell’epoca

Uomini pratici e azioni popolari a Santa Chiara _ Vincoli e urbanistica partecipata

Il castello normanno-svevo è un monumento e non si tocca. Fin qui – e fino all’arrivo di qualche scintillante «valorizzatore» – sono tutti d’accordo. Ma, intorno al bastione si può costruire? Ebbene, c’è un vincolo che dovrebbe proteggere «la prospettiva e la luce richiesta dal monumento». L’ha ritracciato la assessora comunale all’Urbanistica – freschissima di nomina – Carla Tedesco, ripercorrendo il sentiero di carte che ha portato all’apertura del cantiere per la costruzione di un palazzo d’uffici del Provveditorato alle opere pubbliche, a largo S. Chiara.

Sollecitata dall’azione di  protesta di 29 associazioni e comitati popolari, con una petizione firmata da oltre 1400 cittadini, Tedesco ha scritto giovedì scorso alla direttrice regionale dei Beni culturali, Maria Carolina Nardella: «Questa amministrazione ha ritenuto di verificare attentamente quanto segnalato dai cittadini. Come sa (…) l’accertamento di conformità è avvenuto in sede di Conferenza di Servizi in data 30.06.2010. L’opera ha ottenuto parere favorevole da parte di tutti gli Enti coinvolti. Tuttavia rivedendo i pareri resi in quella sede, emerge che l’aspetto oggi segnalato dalla cittadinanza non risulta valutato da codesta Direzione, almeno non in modo esplicito».

La direttrice regionale Nardella ha incontrato ieri Tedesco, confermando che il vincolo esiste, è efficace ed è stato esercitato l’ultima volta negli anni Cinquanta. Vedremo ora se questo «approfondimento di istruttoria» sarà utile a fermare il cantiere e a creare le condizioni per avviare la realizzazione del parco del castello, come chiedono le associazioni e i cittadini firmatari della petizione. Ma sin d’ora si possono fare un paio di considerazioni: una sul vincolo, l’altra sulla conferenza di servizi.

C’è chi si è stupito che il vincolo a protezione «della prospettiva e della luce» faccia riferimento ad una legge «vecchissima», addirittura del 1912, la n. 688. Ma, se per questo, la norma di appena tre articoli modificava una legge ancora precedente, la 364 del 1909, nota come Legge Rosadi. Successiva alla Legge Nasi del 1902, la Rosadi è la seconda legge italiana di tutela di quelli che oggi chiamiamo beni culturali e paesaggistici e insieme al regolamento del 1913 è arrivata salva nel suo impianto fino ad oggi, fino al Codice Urbani. Il riferimento alla legge del 1912 si deve solo al fatto che il vincolo di cui si parla fu definito e decretato prima dell’approvazione della legge Bottai del 1939 e, dobbiamo ipotizzare, anche prima della legge firmata da Benedetto Croce sulle «bellezze panoramiche» che è del 1922. C’è insomma una continuità e una progressione della strategia di tutela che attraverso la Costituzione arriva fino a noi. E anche le resistenze ai vincoli vengono da lontano. La gestazione della legge Rosadi fu difficile e suscitò un ampio dibattito in Italia: mentre Luigi Parpagliolo (redattore del primo Codice delle antichità e delle belle arti) proponeva di comprendere negli ambiti di tutela anche «l’aspetto delle città storiche, gli spazi liberi che circondano le grandi città», lo scrittore e polemista Ugo Ojetti invece premeva per alleggerire il disegno di legge – ci ricorda Salvatore Settis nel volume «Paesaggio Costituzione Cemento» (Einaudi ed., 2010) – per venire incontro «alla folla potentissima degli uomini pratici», cioè a chi non voleva alcun limite alla proprietà privata.  In largo anticipo sui temi attuali della partecipazione, nel 1918 il giurista Giuseppe Lustig – sottolinea ancora Settis – raccomandava l’actio popularis come mezzo efficace per la tutela poiché ogni cittadino può farsi «quasi come un Procuratore dello Stato».

Ecco, anche oggi ci troviamo di fronte ad una actio popularis (quella  delle associazioni) che si oppone ad una procedura burocratica che appare in contrasto con i compiti di vigilanza della stessa pubblica amministrazione. Si dimostra ancora una volta la pericolosità delle conferenze di servizi e in generale delle procedure abbreviate, che rimangono di solito sconosciute ai cittadini, finché non si apre un cantiere. Decisioni rapide, prese nel chiuso degli uffici: niente di più lontano dalla considerazione finale con cui Tedesco aveva chiesto a Nardella di rivedere le carte e le approvazioni, chiamando in causa «la formazione del nuovo strumento urbanistico» della città che nel Dpp (il Documento programmatico preliminare) «viene considerata  quale occasione attraverso cui mettere a punto un progetto di sviluppo sostenibile condiviso dai cittadini». Ma finora – ricordiamo a Tedesco, appena insediatasi negli uffici di via Abbrescia – la elaborazione del Pug non ha brillato dal punto di vista della partecipazione puntando invece sulla più conveniente e assai meno rischiosa attività pubblicitaria.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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