PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 09_07_2014

Adelfia, La «Casa c_p» progettata da Louis Kruger

Adelfia, La «Casa c_p» progettata da Louis Kruger

Storia e tecnologia nello spazio della scatola bianca _ La «Casa c_p» di Louis Kruger

C’è una casa, a Adelfia, con un nome tecnologico: si chiama «Casa c_p». Forse sono le iniziali dei proprietari, ma forse no. Una volta era più facile: in città le abitazioni patrizie portavano il cognome del padrone di casa: «palazzo De Marinis», «Palazzo Filo della Torre», «Palazzo Di Cagno»… Fuori porta, invece, il nome della moglie di lui: «Villa Lucia», «Villa Maria», «Villa Rosa»… ne erano piene le campagne intorno e ancora qualche villa con il suo nome di dama sopravvive nella città che ha divorato i propri contorni.

Usanza ottocentesca, quella del nome di persona, che si è prolungata fin nel cuore del secolo scorso, nonostante le trasformazioni radicali del mercato immobiliare. Un nome tecnologico invece è più discreto, va sempre bene, anche se e quando cambia il proprietario. Perché il nome «moderno» di una casa non deve più raccontare il patrimonio di cui è espressione e rappresentazione. Può raccontare però la tecnica e i materiali, le qualità ecologiche o anche la tradizione architettonica della quale il progettista si sente partecipe. Ora, ognuno vorrà interpretare come vuole il significato della formula «casa c_p», mentre qui ci limitiamo a qualche informazione.

L’edificio – realizzato tra il 2010 e il 2013 – è stato candidato alla prima edizione del concorso per l’architettura contemporanea pugliese organizzato dall’Inarch e dall’Ance e concluso il 27 giugno scorso, con la cerimonia di premiazione nel teatro Margherita. La «Casa c_p» non ha vinto né un premio né una delle numerose menzioni. Ciò nonostante – e senza voler con questo mettere in discussione le scelte operate dai giurati del premio – l’opera suscita alcune riflessioni. Sorge in via Degennaro, in una zona di espansione a sud della cittadina della Conca barese. Un contesto urbano nuovo, a bassa densità, nel quale la nuova architettura spicca per personalità, pur essendo evidente lo sforzo di «nascondersi» o per lo meno di non fare esibizione.

La «casa c_p» è stata realizzata su un lotto di circa 400 metriquadri. È una scatola di intonaco bianco che appare sospesa dal suolo, poggiando su una sola parete verde. Gli attacchi al terreno sono resi invisibili dal muro di cinta, realizzato in pietra a vista, a contraddire la leggerezza della geometria pura. All’interno, lo spazio si organizza intorno al salone centrale che solo un’ampia vetrata divide dal giardino. Al piano rialzato la zona notte padronale e la cucina; il primo piano è destinato alle camere dei figli che si aprono su un terrazzo, un vuoto ricavato nella «scatola» ma pressoché invisibile dall’esterno.

Da un punto di vista energetico l’edificio si colloca nella classe A+ (prestazione energetica di 13,247 kWh/m2anno).

Il progettista di questa residenza unifamiliare è Louis Kruger, architetto adelfiese di adozione, ma sudafricano di nascita e di formazione. Alcune notizie sulla sua vita possono essere utili a leggere meglio questo suo lavoro recente. Dunque, Kruger è nato 55 anni fa a Johannesburg. «Sono nato nella casa di un architetto, cresciuto in case di architetti e ho progettato la mia prima casa all’età di ventuno anni», racconta. Si è laureato nell’università del Witwatersrand, in una facoltà impostata sulla cultura del Bauhaus e del modernismo europeo. Il «suo» professore era Leon Van Schaik e lui è cresciuto fra gli esempi di Marcel Breuer, di Richard Neutra, di Rudolf Schindler.

In Italia Louis Kruger ci è arrivato da rifugiato o meglio da obiettore di coscienza o da «disertore»: è una questione di punti di vista. Insomma, doveva prendere le armi contro i neri, lui bianco e boero, negli anni dell’Apartheid. Scelse invece l’architettura e scelse l’Europa, non senza rischi e delusioni, poiché la sua laurea in questo emisfero non aveva valore legale. Era tutto da rifare, o quasi. Non le fondamenta della cultura del progetto, però, come dimostra questo suo lavoro, in cui la fedeltà al purismo compositivo è un atto dichiarato.

Ma chi non conoscesse l’autore e le sue vicende non avrebbe alcuna difficoltà a collocare la «casa c_p» nel filone della «linea italiana» che si è andata proponendo nell’ultimo ventennio, liberandosi dalle ipoteche del postmodernismo alla Aldo Rossi. Il che deve indurci a riflettere sulla dimensione internazionale di questo presunto carattere nazionale.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

Pubblicato il 09|07|2014, in Piazza Grande con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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