PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 02_07_2014

Bari metropolitana. Una tavola preparatoria del Piano regolatore di Ludovico Quaroni: Bari e i comuni dell'hinterland

Bari metropolitana. Una tavola preparatoria del Piano regolatore di Ludovico Quaroni: Bari e i comuni dell’hinterland

«I crediti edilizi colpa di Quaroni» (a sua insaputa) _ Vecchio e nuovo piano regolatore

Con Ludovico Quaroni  bisogna prima o poi fare i conti sul serio. Ci provano gli Ordini degli architetti di Bari e Bat con due giornate di studio programmate per settembre a Trani e a Bari. Tra i relatori ci sarà Rocco Carlo Ferrari che di Quaroni è stato stretto collaboratore proprio nell’avventura della formazione del piano regolatore di Bari. Ci saranno pure Attilio Petruccioli, Antonio Riondino e Laura Thermes e infine Franco Purini e Angela Barbanente, accademica fra gli accademici, ma anche assessore regionale all’Assetto del Territorio. Sarà l’occasione per ragionare anche sul passaggio dal Prg ancora vigente dal 1976 all’imminente Pug di Bari.

Proviamo allora ad anticipare un tema possibile di questo confronto. L’intuizione più innovativa di Quaroni nella sua esperienza barese fu il piano intercomunale, pensato già in una dimensione di Città metropolitana, con mezzo secolo di anticipo. Una dimensione del tutto assente invece nel nuovo piano urbanistico generale, sul quale pesa la promessa residua del piano precedente: 15 milioni di metri cubi. Anziché prendere atto che quei volumi sono irrealizzabili, dopo mezzo secolo, il capogruppo del Pug Bruno Gabrielli brandisce quei medesimi metri cubi contro Ludovico Quaroni che «è stato un grande maestro – dice -, ma il suo Piano ha aperto la città al suo territorio con un gesto troppo ampio ed i problemi discendono da tale scelta». Problemi che il gruppo di Gabrielli intende «risolvere» in realtà confermandoli con il mercato dei crediti edilizi, con «la progettazione non più teorica ma in corpore vili dei meccanismi perequativi e compensativi che si rendono necessari per affrontare il vero grande tema del piano contemporaneo che è la gestione operativa ed amministrativa».

Se Gianluigi Nigro, leader del gruppo che ha redatto il Dpp (il Documento preliminare al Pug) aveva «subìto il fascino dei disegni quaroniani» e non aveva «voluto né potuto negare quelle scelte», del compito si fa carico oggi Gabrielli (a capo dello stesso gruppo riunito da Nigro), perché è convinto che il piano di Quaroni «fu concepito come un disegno senza che fosse stato posto il tema del progetto gestionale, con le sue regole e le sue modalità».

Chi si aspettava oggi lo slancio di un visione moderna orientata all’orizzonte dei beni comuni  e dello spazio europeo rimane certo deluso dall’imperativo dei tecnici che amministrano la bilancia tra la proprietà privata ed un vago interesse pubblico, generalmente invocato negli «accordi di programma» per consentire deroghe urbanistiche a vantaggio del privato. Insomma quell’insidiosa «urbanistica contrattata», lontana anni luce dalle speranze di Ludovico Quaroni che, nella relazione introduttiva al piano di Bari sottolineava «l’attualità e, quindi, l’esigenza di un discorso diverso sulla “città” alla quale partecipano non solo quanti sono direttamente “addetti ai lavori” – ossia gli urbanisti e gli amministratori -, ma anche gli esperti e studiosi – l’economista, il sociologo, lo psicologo ecc. – nonché, sia pure nelle dovute sedi e con le debite modalità, gli stessi cittadini, che di essa città sono, al tempo stesso gli utenti e gli artefici, poco importa se attivi o passivi».

In realtà le buone intenzioni di Quaroni tese a  una progettazione partecipata che ancora non si chiamava tale, si sono infrante contro il solido intreccio degli interessi fondiari, industriali e speculativi di cui era espressione quella stessa classe politica incaricata negli anni Settanta della liquidazione del Riformismo.

Ascoltiamo tuttavia in queste parole di Quaroni una anticipazione di quel che dirà molti anni dopo l’architetto Giancarlo De Carlo: «In Italia l’opposizione alla partecipazione è stata indubbiamente dura, ma questo è stato anche facilitato dalle posizioni deboli e dogmatiche di quelli che proponevano la partecipazione come processo meccanico e automatico secondo il quale basta andare dalla gente, chiederle quali sono i suoi bisogni e poi trascrivere le rispose in progetti grigi il più possibile».  Quando non addirittura limitarsi a convocare tre o quattro conferenze, far vedere un po’ di disegnini  e ottenere il consenso a cose fatte. Più o meno quel che è accaduto a Bari, per il Pug, fra dicembre e gennaio scorsi. E invece «la partecipazione è molto più di così – diceva De Carlo -. Ogni vera storia di partecipazione è un processo di grande impegno  e fatica, sempre diverso e il più delle volte lungo e eventualmente senza fine. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche, riconoscere conflitti e posizioni antagoniste».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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