PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_05_2014

imageSiamo tutti giardinieri. Ritorno alla natura ma al centro della città _ Orti urbani, da Japigia all’Europa

Seminano “pericolosissimo” orzo sugli svincoli stradali. Lanciano palline d’argilla impastata con semenze di margherita agli angoli delle strade e nelle aiuole dimenticate. Compiono azioni di “guerriglia” verde e poi scompaiono nel nulla: le tracce del loro passaggio si vedranno dopo qualche settimana.

Nascono orti urbani negli spazi abbandonati fra i palazzi, a Japigia o a Carrassi, per iniziativa di associazioni come Effetto terra e Ortocircuito: una pratica iniziata senza clamori tempo fa e finalmente venuta alla ribalta con la Rossani, dove questi gruppi di giardinieri urbani collaborano fra loro e con altri singoli botanici volontari alla creazione del “Bosco urbano” e alla piantagione dell’Orto sociale. L’ultima iniziativa è quella delle 500 piantine di pomodoro messe a dimora, con l’obiettivo di farne una “salsa di protesta”. La grande occasione è stata la visita del paesaggista francese Gilles Clément nella ex caserma: difficile dire se fossero più entusiasti loro oppure lui, che non finiva mai di considerare la ricchezza della diversità biologica ritrovata in quel posto dopo un decennio di abbandono totale. Una gran bella spinta, quella di Clément, ma va pur detto che l’esperienza della Rossani porta finalmente Bari a livello europeo, con efficacia assai maggiore di certe strategie istituzionali di marketing territoriale.

Il fenomeno nasce nelle metropoli americane, dove assume presto la forma della protesta antagonista e della “guerriglia verde”, incrociando la cultura situazionista. È una orticoltrice Brontë Parrish, la protagonista di “Green card”, il film di Peter Weir del 1990 che ha per sfondo il movimento dei giardinieri urbani di New York. Un attivismo sociale e politico, quello di Brontë (interpretata da Andie MacDowell), che Gérard Depardieu nei panni dell’immigrato “clandestino” francese George Fauré stenta a comprendere.

Ora però una tendenza alla creazione autonoma di spazi vegetali nelle pieghe dell’abbandono metropolitano attecchisce anche nell’Europa del nord, dove pure esiste una grande, secolare tradizione di orti urbani. In Germania gli Schrebergärten risalgono al XIX secolo: si moltiplicarono in breve per resistere alla deprimente tristezza delle prime città industriali e ancora oggi sono organizzati in associazioni riconosciute e tutelate. Ma il nuovo “giardiniere d’assalto” va ad occupare piccoli spazi, anche di poche centinaia di metri quadrati, in mezzo ai fabbricati: si chiamano Keimzelle, a Amburgo, oppure Urban Oase a Dortmund, Elisabeths Garten a Düsseldorf, Neuland a Colonia, Querbeet a Lipsia e Pinzessinengärten a Berlino-Kreuzberg.

Giovani alternativi e pensionati, artisti e hipster si ritrovano a fare giardinaggio urbano: si può parlare di un nuovo movimento sociale? Non ha dubbi la sociologa Christa Müller, della fondazione Anstiftung & Ertomis: “I suoi seguaci hanno i motivi più diversi: da coloro i quali vogliono mangiare sano nelle città stressate a coloro che spengono il computer e affondano le mani nella terra, fino a quegli attivisti che cercano una riposta locale al problema dell’esaurimento delle risorse nel mondo intero. Tutti costoro sono uniti da una nuova coscienza politica”. E anche da un modo diverso di fare politica: “Nel nostro gruppo – dice Mario Mackroth (Garten Aktvist) – vige solo l’accordo, nessuno statuto. Chiunque può impegnarsi”. Dunque il fare giardinaggio in città, afferma Müller, “non ha nulla a che fare con il linguaggio politico di cui riempirsi la bocca ma con la sperimentazione di cambiamenti nella vita quotidiana”. Niente consigli di amministrazione né cariche elettive né pianificazione delle colture o concessione degli spazi da lavorare. La strategia si allontana dai vincoli asfittici e prevedibili della democrazia delegata e si avvicina alla definizione di bene comune, con la libertà che è propria dello sperimentare.

“I volontari – spiega Christa Müller al settimanale Prisma – vogliono fare della città uno spazio vitale comunitario e fare giardinaggio consente un incontro non violento con la natura”. La sociologa nega che il fenomeno rappresenti una tendenza al mito bucolico o al modello romantico del “ritorno alla campagna” come rifiuto della città moderna: “I giardinieri urbani non fuggono in una campagna idilliaca, che in ogni caso non esiste. Queste attività sono parte del grande movimento del far da sé, dello scambiare, del condividere, sulla spinta del desiderio di influenzare il proprio ambiente”.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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