PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_05_2014

castello_svevo_bari2Parco del castello. I beni comuni si fanno spazio _ Rodotà: “Di tutti e di nessuno”

Cosa significa il “parco del castello”, concepito dal comitato popolare di Bari vecchia che sabato scorso ce l’ha fatto anche “vedere” con un fotomontaggio?

L’immaginazione di uno spazio pubblico grande sei ettari e pieno di alberi, fra le mura del castello normanno-svevo e il convento di Santa Chiara, risponde a un bisogno civico e sociale tutt’altro che inedito: era stato ben individuato già nel Piano particolareggiato del Centro storico, una dozzina di anni fa. Nuova è invece la circostanza da cui nasce la proposta, anzi la richiesta: contrastare con ogni mezzo il cantiere – già avviato – di un edificio per ampliare la sede del Genio civile, all’interno dell’area portuale, con sacrificio di alberi e della visione del mare dalla città. Una costruzione che per giunta pregiudica la possibilità di realizzare quanto previsto nello stesso Piano particolareggiato, con la deviazione di un tratto del lungomare.

Il comitato popolare, questa volta, non si oppone al solito ecomostro di una speculazione privata, ma ad una iniziativa pubblica: lavori pubblici da realizzare su suolo pubblico con denaro pubblico. E basta soffermarsi su questo aspetto per percepire interamente il conflitto che si genera tra un’opera pubblica e l’interesse pubblico. Laddove quest’ultimo è la rivendicazione di una qualità del paesaggio urbano che quell’edificio impedisce.

È evidente – in questo caso – che il diritto espresso dalla proprietà (non importa se pubblica o privata) è nemico di un diritto più generale, che attiene ad un bene non patrimoniale.

La vicenda del cantiere dirimpetto al castello riporta alla ribalta il tema dei beni comuni e si intreccia con il caso della ex caserma Rossani. Da una parte la pubblica amministrazione con le pubbliche proprietà (in un caso in costruzione, nell’altro in abbandono), dall’altra una cittadinanza che difende “contro” l’attività o la inattività del potere pubblico un “bene comune” che coincide concretamente con la medesima proprietà pubblica: l’area demaniale del porto e del lungomare o la ex caserma a Carrassi.

Ma se la sostanza economica e giuridica della proprietà pubblica è chiara, ancora indefinito è il bene comune e sulla sua natura si è aperto negli ultimi anni un ricco dibattito in Italia, anche sull’onda di fenomeni come l’occupazione di case sfitte o di luoghi pubblici abbandonati o in procinto di essere chiusi (fra tutti, il caso del Teatro Valle a Roma).

Per il premio Nobel dell’economia Elinor Ostrom i “commons” sono “risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali”. Dunque, è propria del “bene comune” la indisponibilità a farsi merce, a “stare sul mercato”, ad avere un “valore di scambio”.

A questo punto si capisce che siamo dinanzi a una questione ben più complessa del paternalistico affidamento a qualche associazione o gruppo di volontari (scambiati per cittadinanza attiva) di quei beni pubblici che l’ente pubblico non è in grado  di gestire. Il Comune di Bologna è già su questa strada, seguito da quello di Napoli. Anche la Giunta comunale di Bari ci ha provato con una recente e maldestra delibera, spinta dalla necessità di fronteggiare il caso della ex caserma Rossani in cui da tre mesi è in atto una restituzione alla città con attività autonome e autogestite. Ma le generose (o ingannevoli) aperture alla cittadinanza attiva non vanno al cuore del tema del bene comune, perché sottintendono che di un bene patrimoniale sempre si tratti, un bene di cui i “bravi ragazzi” si prendono cura evitando che vada in malora.

Su questo terreno il giurista Stefano Rodotà è tra i più impegnati a costruire una definizione giuridica e sostiene la “titolarità diffusa” dei beni comuni che “appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati – spiega il costituzionalista – muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno. In questo senso sono davvero patrimonio dell’umanità e ciascuno deve essere messo nella condizione di difenderli, anche agendo in giudizio a tutela di un bene lontano dal luogo in cui vive”.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Pubblicato il 07|05|2014, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Spazi di una tale qualità organicamente urbana non possono e non devono essere immaginati come intrappolati nel diritto del privato di fruirne. così come lo è per la Caserma Rossani e per altri grandi contenitori. In questo caso, la sussidiarietà deve portare il privato a mettere il proprio bene a disposizione del pubblico. Dico organico, perchè vorrei tanto vedere un disegno più complessivo di recupero e fruizione, unendo il riuso degli spazi del fossato e il recupero dei vecchi e abbandonati giardini sul lato che fronteggia la Questura e un tempo luogo di passeggio domenicale.

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