PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_02_2014

leerstand-wohnungenParadosso edilizio: tre alloggi sfitti per ogni senzatetto _ L’inesistente diritto di costruire 

Costruire, costruire, costruire per dare una risposta al bisogno abitatitivo. Con questo argomento si sostiene la necessità di confermare le spinte espansive dell’edilizia residenziale nel prossimo, nuovo piano urbanistico di Bari. Un argomento «sociale». Ma ce n’è anche uno – diciamo così – «giuridico»: il presunto «diritto a edificare» che apparterrebbe al proprietario di qualsiasi suolo, da risarcire eventualmente con i crediti edilizi  che di quel presunto diritto sono il prodotto «derivato» (allusione involontaria ma pertinente!).

In che consiste l’emergenza abitativa? In Europa quattro milioni di persone non hanno una casa. Eppure in Europa – rivela una  ricerca pubblicata dal quotidiano londinese The Guardian domenica scorsa – ci sono ben undici milioni di case vuote. Visti da vicino, i numeri ci suggeriscono che dietro il paradosso c’è la economia allucinogena degli immobiliaristi. Sicché mentre in Gran Bretagna gli appartamenti sfitti ammontano a 700mila, in Spagna, dopo il boom dell’edilizia negli ultimi 15 anni e infine l’esplosione della bolla immobiliare, le case condannate al precoce degrado si calcolano in tre milioni e 400mila unità, pari al 14% dell’intero  patrimonio abitativo. In Germania gli appartamenti vuoti sono un milione e 800mila; in Francia e  in Italia, oltre 2 milioni, ma avendo il Belpaese 20 milioni di abitanti in meno della Repubblica federale tedesca.

Molti edifici, nota The Guardian, «sono sorti prima della crisi finanziaria come puro investimento, senza che il proprietario volesse utilizzarli effettivamente. E centinaia di migliaia di edifici non ultimati sono stati demoliti al solo scopo di  far salire il prezzo degli immobili esistenti». La Süddeutsche Zeitung,  quotidiano bavarese che ha rilanciato  l’inchiesta del Guardian, riferiva lunedì scorso che «il rappresentante di un ente di beneficenza per i senzatetto ha definito i numeri “incredibili” e “scioccanti”.  La politica deve affrontare subito il problema di abitazioni utilizzate come investimento anziché come spazio di vita».

La risposta al problema in Europa non è univoca. Da una parte si punta al consumo zero di suolo e alla rigenerazione del patrimonio edilizio esistente, spesso sotto la tutela paesaggistica e architettonica: è il caso della Germania. Dall’altra, si propone una legge sul risparmio di suolo (la proposta Realacci) che piace moltissimo ai palazzinari, si incentivano deroghe ai piani regolatori e addirittura si finanzia la proroga di una legge «criminogena» (la definizione è di un ex prefetto a Bari), la legge Gozzini per la costruzione in suolo agricolo di alloggi per le forze di polizia, finiti per la gran parte sul libero mercato: è il caso dell’Italia.

Che ospitalità trovano questi temi nel lavoro di redazione del nuovo piano urbanistico generale di Bari? Per quel che è dato sapere e dedurre dalle illustrazioni negli incontri pubblici e soprattutto dal Dpp (il documento programmatico preliminare) il nodo rimane il «residuo» del piano Quaroni, quei 15 milioni di metri cubi  che nessuno vuol tagliare (tutti o in parte) adducendo presunti «diritti acquisiti» e invocando il «ius aedificandi», cioè il diritto di costruire incorporato alla proprietà di un suolo.

Su questo tema, schierandosi contro ogni vincolo, si è recentemente cimentato Marco Romano, con  il pamphlet «Liberi di costruire» (Bollati Boringhieri ed.). Ma il giudice costituzionale Paolo Maddalena demolisce la mistificazione con un breve saggio pubblicato pochi giorni fa sul sito «eddyburg.it». Questo presunto «diritto di costruire inteso come insito nel diritto di proprietà fondiaria – scrive Maddalena – non è previsto da nessuna norma del Codice civile. Né è possibile attribuire valore di una disposizione di legge alla sentenza della Corte costituzionale n. 5 del 1980 (sul “permesso di costruire”, ndr) perché la Corte costituzionale ha il potere di “annullare” le leggi e non quello di “sostituirsi” al legislatore».

Si deve affermare con forza, spiega il giurista contestando dalle fondamenta la proposta di legge Realacci, «che il cosiddetto ius aedificandi appartiene al popolo, che è proprietario del territorio a titolo originario di sovranità, e non al singolo cittadino proprietario di un appezzamento di terreno. E si deve subito avvertire – aggiunge – che l’interesse del popolo deve essere fatto valere dal Comune ma anche dai singoli cittadini». Maddalena reclama una legge che finalmente renda concreta la prescrizione costituzionale sulla proprietà. Poiché il ius aedificandi è «causa efficiente di notevolissimi danni al territorio», anzi è «il principale responsabile della cementificazione e della impermeabilizzazione del suolo», secondo Maddalena una nuova norma dovrebbe prevedere che «la concessione edilizia possa essere rilasciata solo su terreni esistenti in zona urbanizzata e preventivamente acquisiti al patrimonio comunale».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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