PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_01_2014

Foto (1)C’è un’altra città piena di vita se vista dal basso _ Duecento foto di piccoli sovversivi

I bambini sono sovversivi. Perciò devono rimanere ai margini della città. Perché essi distruggono le certezze degli adulti, i loro miti e le loro regole, il loro tempo e il loro spazio. Se non vogliamo essere ipocriti, ammettiamo che proprio questo ci dice la mostra «Vista dal basso», che si è conclusa ieri, allestita al Fortino aragonese. In esposizione duecento fotografie, realizzate dai bambini ai quali  l’associazione Start ha chiesto di raccontare la città in cui vivono, Bari.

L’iniziativa è giunta alla 13ª edizione ma per la prima volta si apre a tutta la città: fino all’anno scorso era rivolta solo a Bari vecchia. Il gioco è presto detto: scelte alcune scuole elementari e medie, e in queste alcune classi «di frontiera», ai ragazzini sono state distribuite 250 macchine fotografiche usa e getta; qualche giorno di tempo per completare ciascuno il proprio reportage urbano e ne sono venute fuori ben quattromila immagini, tra le quali Teresa Imbriani, insieme a Paolo Galesi, ha scelto le duecento foto da esporre (che da oggi si potranno vedere sul sito http://www.vistadalbasso.it) e le tredici riprodotte sul tradizionale calendario.

Cosa raccontano i ragazzini? Che città vedono loro? Come Victor, il bambino-adulto protagonista della pochade surrealista di Roger Vitrac, mettono a nudo retoriche e infingimenti della narrazione dei grandi. Bari non è quell’immagine oleografica del lungomare con cui si trastullano i baresi ma non è nemmeno l’inferno della periferia, vicina o lontano che sia. I ragazzi raccontano interno ed esterno delle loro case, i loro familiari e i loro compagni di scuola e di gioco, e più spesso gli animali. Guardano dalla finestra e vedono centrali elettriche e palazzi e strade con i rondò. Da un’aula della scuola Imbriani vedono l’incredibile disordine – in parte abusivo, in gran parte condonato – di verande, tettoie, antenne, tubi e parabole che affollano l’interno dei condomini di un quartiere tutt’altro che popolare, ma comunque brutto nelle sue viscere. Tuttavia sbaglieremmo a voler cogliere in questa immagine una condanna del piccolo autore verso la città del cemento. Lo sguardo eversivo dei bambini va oltre la adulta banalità del bello e del brutto.  Anziché la buca nell’asfalto che ha raccolto la pioggia, in quella pozzanghera un bambino vede il riflesso delle ombre di sé e di suo padre.

C’è una intenzione estetica in questi scatti? A vedere tre mele messe in fila si direbbe di sì, ma c’è da scommettere che l’autore non ha mai visto una natura morta di Morandi o le mele bacate di Caravaggio. Così se i ragazzi fotografano uno scorcio della basilica di San Nicola o della Cattedrale, non lo fanno perché condividono la melassa dell’antico splendore: infatti fotografano anche il moderno della chiesa di San Francesco a Japigia, i balconi di Paolo Portoghesi in via Fanelli e la modernissima lama che sostituisce il campanile di San Salvatore a Loseto; riconoscono un valore nel palazzo Noli di via Dieta di Bari anche se non è tutelato dalla Soprintendenza. Ci ributtano in faccia con un solo scatto tutta la imbarazzante faccenda dell’opera di Kounellis presuntuosamente collocata in piazza del Ferrarese. I ragazzi vedono quel che gli adulti non vogliono vedere: una caserma inutile e deserta ed un cancello chiuso e un minaccioso cartello di divieto. Quando i grandi se ne accorgeranno penseranno ad un project financing (la speculazione dal volto umano) e forse anche ad un giardino con i giochi per bambini.

Ma guardateli, gli scivoli e le altalene nei giardini. Gli spazi dedicati ai bambini nelle città sono tutti uguali, standard, con attrezzi scelti sul catalogo. Da punto di vista educativo, un fallimento. Dal punto di vista urbanistico, il ghetto dell’infanzia (a cui è interdetto il resto della città, magari con la scusa della loro sicurezza).  L’ha spiegato bene in un volume intitolato «La città dei bambini» (Laterza ed.) Francesco Tonucci, psicologo cognitivista: «Il problema vero è che noi adulti non siamo capaci di progettare spazi per il gioco dei bambini, e se veramente vogliamo rispondere ai loro bisogni, invece che dedicare, disegnare spazi per loro, dovremmo imparare a “lasciare” loro degli spazi. Lasciare spazi non significa rinunciare a progettare, significa invece progettare diversamente, con umiltà,  con più generosità, con più creatività, pensando che il come giocare, a che cosa e con cosa, lo sanno i bambini».

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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