PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_01_2014

Il progetto di ristrutturazione di Villa Roth firmato da Michele Lastilla nel 2001

Il progetto di ristrutturazione di Villa Roth firmato da Michele Lastilla nel 2001

Chi è il salvatore di Villa Roth feticcio di potere _ Bene pubblico chiuso al pubblico

«Non ci interessa il feticismo sull’immobile, per quanto a queste pareti siamo legati. Quel che vogliamo e dobbiamo fare è rifondare ciò che è avvenuto per due anni in quella villa. Abbiamo cercato di dare non solo una casa e una vita dignitosa agli occupanti, ma anche di aprire la villa al quartiere, affinché tutti potessero attraversarla». In queste parole, pronunciate nell’assemblea che si è svolta davanti all’ingresso della villa Roth, dopo lo sgombero poliziesco e i sigilli applicati dal magistrato, si intrecciano tre temi cruciali della democrazia urbana: il riconoscimento collettivo del valore storico e architettonico di un edificio; l’emergenza abitativa; l’uso pubblico dello spazio pubblico.

Intreccio interessante, perché travalica il caso della villa al quartiere San Pasquale e convoca sulla scena il problema più urgente della distanza che si apre – una voragine oramai – tra le pubbliche amministrazioni e la cittadinanza. È, in definitiva il problema della rappresentanza politica e della sua legittimazione. Da questo punto di vista (e non solo da questo, in verità) la vicenda di villa Roth ha molti tratti in comune con quella della caserma Rossani o  con il caso del teatro Margherita: decisioni calate dall’alto e sulle quali – pur contestate o rivelatesi irrealizzabili – tuttavia non si retrocede. «Meglio l’abbandono che cambiare idea!», devono aver pensato a via Spalato denunciando alla procura l’«occupazione abusiva».

Ragioniamo allora proprio dell’edificio-feticcio: la villa Roth è un bene culturale, tutelato dallo Stato dal 1990. I motivi della tutela risiedono non soltanto nelle qualità architettoniche dell’edificio in stile neoclassico ma anche nell’essere una testimonianza di quel paesaggio suburbano che tra Otto e Novecento era punteggiato di ville signorili, alcune delle quali realizzate da imprenditori – come i Lindemann, i Marstaller e i Roth, appunto –  provenienti dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania per impiantare qui nuove attività industriali. Esattamente, la famiglia Roth, proveniente dalla Svizzera, si era trasferita a Bari per produrre vino. Ma non furono i Roth a costruire quella villa che invece fu tirata su tra il 1878 e il 1886 da un altro straniero, un certo signor Fitz, il quale a sua volta aveva acquistato il suolo da un altro commerciante tedesco.

Capitata nelle mani della amministrazione provinciale insieme a villa Capriati (in via Amendola)  villa Roth era stata destinata nel 2001 a sede di un futuro Museo della moda e del tessuto antico. Di questo museo mai nato – plastica rappresentazione della incapacità della Provincia a gestire patrimonio e intenzioni culturali, come dimostrano anche villa Capriati e Santa Scolastica – rimangono soltanto un progetto museografico che l’autore, Saverio Monno, ha pubblicato nel 2008 nel volume «Progetti di cultura» (Edizioni dal Sud), ed un progetto di ristrutturazione. E qui le cose si fanno un po’ meno chiare. Perché se per villa Capriati (avrebbe dovuto diventare Galleria delle arti contemporanee e del design) è assodato che il progetto – un bel progetto –  era firmato da Gae Aulenti, più d’un padre risulta del progetto di villa Roth: è nel curriculum professionale dell’ing. Mario Anastasia, capo dell’ufficio tecnico della Provincia, mentre Saverio Monno (era il responsabile scientifico) attesta che il firmatario del progetto è l’architetto Michele Lastilla. Tuttavia il disegno – sempre lo stesso – appare anche nel portfolio di uno studio tecnico di Molfetta, l’Artech studio. È, in questo caso, l’ingegner Maurizio Ciccolella che firma il «progetto architettonico, definitivo e esecutivo». Lo stesso Ciccolella che Saverio Monno indica tra i collaboratori (con Floriana Urbano, Maurizio Panunzio e Nando Paparella) dell’architetto Lastilla, perduto per strada.

A tredici anni di distanza, se dobbiamo chiederci perché l’istituzione di quel museo della Moda non si sia realizzata non possiamo però rammaricarci del fatto che il progetto di ristrutturazione sia rimasto sulla carta: con la sua indigeribile, enorme piramide di vetro e acciaio applicata sul terrazzo «che riprende il disegno geometrico del timpano» della facciata neoclassica per dare «uno slancio in altezza»!

E al punto in cui sono le cose, per paradosso, consiglieremmo al direttore regionale dei Beni culturali, Gregorio Angelini, di chiedere al giudice che nomini proprio i ragazzi che avevano occupato villa Roth «custodi giudiziari con facoltà d’uso» del bene sequestrato: sono loro che l’hanno meglio difeso dal degrado. Facendolo vivere, aprendolo alla città.

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 22|01|2014, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. – conoscendo bene le dinamiche “culturali” baresi, questo articolo mi inquieta seriamente e mi pone ulteriori dubbi sia sull’occupazione che sullo sgombero: forse son gli stessi ad “ordinare” le operazioni? – Gino Ancona

  2. Aggiungo che un cartello davanti alla ex-villa Capriati c’è un cartello della Provincia che parla di lavori per la realizzazione di un museo “della radio”.
    Mah.

  3. Però ho appena scoperto via google che l’idea ha una base reale..

    http://www.radiospeaker.it/blog/museo-radio-bari.html

  4. Signorile fa notare, ed io condivido con lui, l’indigeribilità della piramide di vetro sul tetto (per il progettista siamo sempre al luogo comune di “Se Parigi avesse il mare…” mi viene da dire, pensando ad un’altra piramide ed ad un altro museo). Ma vogliamo parlare del corpo di fabbrica progettato alla desta della villa? Dove è che ho già visto quello stile? Negli albi di Topolino degli anni ’60? Bah!

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