PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_12_2013

La carpenteria metallica della cupola dell'auditorium in costruzione

La carpenteria metallica della cupola dell’auditorium in costruzione

Nino Rota, i pini e il coraggio del carpentiere _ Auditorium, storia e leggenda

Girava in città una favola, una delle tante: che il vero progettista dell’auditorium intitolato a Nino Rota fosse proprio lui: Nino Rota. Le solite leggende dei soliti appassionati di cose locali. Ma come spesso accade, dietro una leggenda può nascondersi una piccola verità.

Ora tutti sanno che l’auditorium fu progettato, tra il 1960 e il ‘62, dall’architetto romano Beniamino Barletti, il quale si avvalse della collaborazione, per i calcoli dell’acustica, del professor Gino Sacerdote, del Poltecnico di Torino. Ma l’edificio, attiguo al Conservatorio di musica Niccolò Piccinni, nell’antica villa Lindemann, non fu realizzato esattamente nella posizione prevista. Barletti fu costretto a ruotare la pianta della sala esagonale per esaudire un desiderio di Nino Rota.

La circostanza è riportata fra le memorie di Giuseppe Veronico, il patron della impresa edile che – sorprendendo i tanti concorrenti alla gara – si era aggiudicato l’appalto.

Il fatto è che nel bel mezzo dell’area di cantiere c’erano due alti e antichi pini e Nino Rota si opponeva al loro abbattimento. «Lo incontrai una mattina – ricorda Giuseppe Veronico – e ne parlammo. Io, progetto alla mano, mi sforzavo di illustrargli le varie possibili soluzioni; mi avventuravo anche sul piano tecnico, contestando alcune scelte dei progettisti. Mi accorsi, però, che il grande musicista non seguiva il mio discorso. Lo vedevo distratto ad osservare gli alberi, a fissare il terreno, a girare lo sguardo intorno alla ricerca di chissà cosa. Parlavo da oltre un quarto d’ora e il mio interlocutore pareva del tutto disinteressato». Veronico si indispettì e minacciò di piantare in asso il genio e di andar via. Ma non lo fece. «Ripresi a parlare e promisi che gli alberi sarebbero stati salvati. Avevo tante idee, ma fra queste ebbe il sopravvento la più semplice. Ruotai l’esagono in modo da lasciare fuori i due alberi secolari. Una soluzione che meravigliò i progettisti, diede grande gioia al maestro Rota e contribuì ad alzare le mie azioni presso i responsabili della Provincia».

Giuseppe Veronico, che è scomparso nel 2009 lasciando a suo figlio Nicola la guida di una azienda solida, apparteneva a quel genere sempre più raro di imprenditore edile nato sul cantiere. Nasce a Carbonara nel 1930 e mentre frequenta la scuola elementare lavora nella bottega di un falegname; a 14 anni si considera già un carpentiere «finito» in grado di muoversi con sicurezza sulle impalcature; appena diciottenne diventa cottimista, grazie all’«investitura» degli imprenditori edili Petruzzelli. Ma intanto ha cominciato la militanza politica nel Partito comunista, si iscrive alla Camera del lavoro e diventa sindacalista, non senza scandalo in una famiglia che conta anche uno zio colonnello dei carabinieri. A un certo punto deve scegliere, tra il lavoro di carpentiere e l’incarico politico. E allora delude, nientemeno, Palmiro Togliatti che gli scrive una lettera. Da lì all’impresa, fondata nel 1957, il passo e breve.

È solo con questa formazione che si spiega il coraggio con cui il carpentiere-imprenditore affronta il progettista famoso. E, viceversa, nella generosa collaborazione tra progettista e impresa si ritrovano le tracce della innovazione. È un fenomeno culturale: mentre Giuseppe Veronico«media» le soluzioni progettuali dell’auditorium tra Nino Rota e Beniamino Barletti, negli stessi anni gli architetti Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano iniettano entusiasmo ed esperimenti in aziende artigiane come l’officina Balsamo che si lancia nel courtain-wall e negli infissi di alluminio, la ditta Carlo Mangarella che inizia a produrre il grigliato in cemento e i pannelli prefabbricati, le fornaci D’Agostino e Majorano che producono piastrelle di ceramica e rivestimenti di gres su disegno esclusivo dei progettisti.

Dunque, quello di Giuseppe Veronico non era un caso eccezionale, ma senz’altro rimane esemplare di un modo di lavorare «sentimentale». Si moltiplica perciò il dispiacere per le offese che i lavori di ristrutturazione in atto, a cominciare dal controsoffitto, stanno portando ad un edificio, l’auditorium, che ha tanto da raccontare e che solo per questo avrebbe dovuto essere tutelato, da qualcuno, in qualche modo.

 NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 18|12|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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