PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_12_2013

 

lego4Nel gioco del Lego gli indicibili interessi del mattone _ Spot per il nuovo piano urbanistico

L’hanno presa male, i  progettisti del nuovo piano urbanistico di Bari. In una lettera si dicono «delusi» dell’ultima rubrica «Piazza grande», apparsa proprio il giorno in cui le linee-guida del Pug sono state presentate in un incontro pubblico, a Palazzo di Città.

È chiaro che non hanno gradito il disvelamento di ciò che – al di là degli slogan sulla bellezza e la sostenibilità – dovrà innervare il prossimo piano, ma che non si deve dire: come nel gioco del Lego, un meccanismo di trasferimento di milioni di metricubi da una parte all’altra della città,  che darà luogo ad un pernicioso mercato dei «crediti urbanistici» o al contrario al blocco totale dell’edilizia. Non è una ipotesi, è una previsione: basta vedere quel che sta succedendo in questi mesi a Roma.

Mercoledì scorso le critiche avanzate in questa rubrica hanno trovato una immediata conferma. Si parte dal presupposto che il Piano Quaroni, tuttora vigente, è sovradimensionato rispetto alla popolazione attuale e a quella stimata nei prossimi anni. Dovremmo aspettarci allora un colpo di spugna sui 200mila vani di troppo, e invece le promesse edificatorie di Quaroni vengono sostanzialmente confermate, solo che i metricubi irrealizzabili lungo una lama decollano e volteggiano nel cielo in attesa di atterrare in un altro quartiere, a chilometri di distanza, in un’area cosiddetta di rigenerazione urbana, andando naturalmente ad aggiungersi a quelli già esistenti lì. Ora questa operazione la possiamo chiamare diritti edificatori traslati, o crediti urbanistici, oppure compensazione volumetrica oppure perequazione: si gioca con le parole pescando qua e là nel dizionario del pianificator cortese. Ma sempre della stessa faccenda stiamo parlando: della garanzia alla proprietà fondiaria che i presunti diritti acquisiti saranno mantenuti. Che fosse questo l’approdo del Pug di Bari era chiaro: anticipato dal Documento programmatico preliminare, confermato dal professor Bruno Gabrielli al suo arrivo a Bari, a marzo scorso, certificato dal sindaco Emiliano due mesi fa al momento dell’affidamento formale dell’incarico.

Ciò che muove i progettisti del Pug su questa strada è l’intenzione di evitare contenziosi con i proprietari dei suoli, che rivendicano il diritto di costruire in forza del vecchio piano e comunque per aver pagato l’Ici in questi anni. Ma come dimostra il caso di Roma, la strategia dei crediti non mette affatto al riparo dai contenziosi, anzi! Viceversa, una vasta e recente giurisprudenza conferma la perfetta capacità dei comuni di cancellare previsioni edificatorie in un nuovo piano, senza dover indennizzare alcuno. Se in tribunale bisognerà comunque andarci, che almeno sia per difendere i principi dell’interesse pubblico.

I progettisti del Pug si dicono offesi anche perché abbiamo scritto che finora essi hanno lavorato in perfetta solitudine oppure – ci siamo chiesti – confrontandosi in clandestinità con «quelli che contano». In sostanza di operare con un metodo che non prevede forme adulte di partecipazione della cittadinanza (pur prescritte dalle norme regionali). Anche su questo aspetto della vicenda la conferma si è avuta mercoledì scorso, quando è stato presentato il disegnino dell’ipotesi di sistemazione dell’area del porto, probabilmente discussa insieme all’Autorità Portuale a cui viene assicurata la conferma della colmata di Marisabella, certamente non con i comitati dei quartieri Libertà e San Cataldo e con le associazioni ambientaliste riunite nel «Fronte del porto» (lo dimostra l’intervento di Matteo Magnisi).

A questo punto, che l’Urban center non sia stato realizzato è per paradosso un bene: ci siamo risparmiati una messinscena della propaganda. Tanto, per giustificare ai burocrati che il rito della partecipazione è stato celebrato, basteranno le firme raccolte nell’incontro di mercoledì scorso e in quelli prossimi. Sappiamo di dare un dispiacere ai progettisti del Pug, insofferenti delle citazioni e dei consigli alla lettura che in questa rubrica talvolta appaiono, ma forse un lettore o magari un assessore potrebbe essere interessato ad approfondire il tema e a farsi una opinione: a loro consigliamo il volume «Urbanistica partecipata. Modelli e esperienze» di Daniela Ciaffi e Alfredo Mela (Carocci ed., pp. 150, euro 16). Nel quale si spiega tra l’altro cos’è la «partecipazione di facciata»: cioè tutte quelle «forme di uso della parola fini a se stesse e caratterizzate da scarso interesse reale per i contenuti che emergono nel corso del processo partecipativo». La pratica del belletto democratico ha anche un nome: si chiama «Tokenism».

 NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 10|12|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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