PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_09_2013

Bari vecchia negli anni Settanta

Bari vecchia negli anni Settanta

Per Bari vecchia una legge contro il Comune _ L’urbanistica di Peppino Di Vagno

C’era anche Bari vecchia nell’impegno politico di Giuseppe Di Vagno, l’esponente socialista scomparso sabato sorso all’età di 91 anni. Deputato al Parlamento per cinque legislature, Di Vagno sottoscrisse molte proposte di legge, di sei era il primo firmatario e tra queste una riguardava appunto Bari vecchia. È il 1970 e il risanamento del centro storico è rimasto una promessa, nonostante il mutuo di un miliardo e 200 milioni di lire concesso dallo Stato al Comune di Bari nel 1952, e nonostante una legge (firmata da Fiorentino Sullo) che nel 1962 prorogava la scadenza del piano urbanistico di Bari vecchia messo a punto da Concezio Petrucci trent’anni prima e mai attuato. Accompagnava quella legge anche un investimento di 7 miliardi di lire, più della metà destinata alla costruzione di nuovi alloggi popolari. Inutilmente.

La proposta di Di Vagno (la firma era condivisa con Vassalli) puntava a risolvere il problema espropriando di fatto il Comune (dimostratosi incapace) della gestione di finanziamenti, progettazioni ed esecuzione e affidando tutto al Provveditorato alle opere pubbliche e alla Soprintendenza ai monumenti. Con uno stanziamento di ulteriori 45 miliardi di lire, ma a patto che non fosse la politica locale a maneggiarli. Addirittura, Provveditorato e Soprintendenza avrebbero avuto mano libera, derogando senz’altro dal piano regolatore, che «dev’essere considerato – si leggeva all’art. 1 della proposta di legge – solo strumento di guida e non mai un elemento condizionatore assoluto».

Quella di Di Vagno non diventò mai legge. Innanzitutto perché il governo e in particolare il ministro del Tesoro, Emilio Colombo, puntavano ad una semplice proroga della legge del ’62 (e così avvenne infatti). Ma anche perché approdò alla Camera un’altra proposta di legge per il risanamento di Bari vecchia: la proposta del Partito comunista che schierava, tra gli altri, i deputati baresi Giannini, Reichlin, Scionti e Gramegna. L’obiettivo era analogo a quello perseguito dai socialisti, ma la strada diametralmente opposta. «Tutto il potere al Comune, anche poteri speciali!», dicevano i parlamentari del Pci.

Il confronto tra le due proposte di legge – a quarant’anni di distanza – è interessante perché rivela il dispiegarsi di due diverse culture urbanistiche e strategie politiche nell’affrontare il problema del centro storico, idee che riecheggiano, in maniera sorprendente, nel dibattito di questi mesi sul cosiddetto vincolo diffuso che la Regione (con la Soprintendenza) sta per applicare sui quartieri centrali di Bari. Con il Comune che rivendica autonomia e resiste al «centralismo» della Regione ma intanto rimanda ogni azione di tutela.

La proposta di legge del Pci faceva perno sull’emergenza sanitaria e sociale di Bari vecchia (una densità abitativa di quasi tre persone per vano e una mortalità infantile doppia rispetto al resto della città) e teneva in secondo piano le ragioni della salvaguardia del patrimonio architettonico e artistico. La proposta di Giuseppe Di Vagno, invece, si allacciava al più moderno dibattito sui centri storici. Nella relazione introduttiva si cita Maurice Halbwachs (il centro antico come «memoria collettiva») e si chiama in causa Ludovico Quaroni, che intanto sta lavorando al nuovo Prg di Bari: «La città è come un uomo: non può vivere senza memoria». Ma si arriva a convocare sulla scena anche l’analisi di Aldo Rossi che ha appena pubblicato il saggio «L’architettura della città» in cui si legge che «a Bari la città antica e la città murattiana costituiscono due parti estremamente diverse senza quasi rapporti».

Risuonano in queste citazioni i suggerimenti che Di Vagno andava ricevendo dal giovane architetto Carlo Ferrari (militava nel gruppo di Quaroni per il Prg) e dal meridionalista Vittore Fiore e forse anche – per il suo tramite – di Vittorio Chiaia. Su questo sentiero ideologico, che affranca la proposta Di Vagno dal rischio di assecondare una operazione incline al «pittoresco» e alla speculazione immobiliare, i socialisti e i comunisti si ritroveranno infine d’accordo sulla importanza di tutelare il corpo popolare della città vecchia: «Non sarebbe giusta – scrive Di Vagno – una legge che allontanasse dall’antica Bari i pescatori che sono fra i suoi più vecchi abitanti; (…) che non tenesse conto dell’interesse di mantenere in un tessuto urbano adatto, quelle attività artigianali capaci con la loro presenza di caratterizzarlo».

Poi però arrivò il Piano Urban e con esso i pub e la movida e la guerra dei gazebo. È il costo delle sconfitte.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 18|09|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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