PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_07_2013

Interno smisurato

Interno smisurato

Paoli, Patty Pravo  e il progetto di realtà inattese _ Foto-disegni di Domenico Pastore

«Il cielo in una stanza» di Gino Paoli è stato un contributo fondamentale per definire teoricamente la percezione dello spazio abitativo, superando le angustie della teoria della Gestalt. «Quando tu se qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti», sosteneva Gino Paoli. E sappiamo che in quel passaggio tra l’interno e l’esterno era andato perduto un soffitto dall’improbabile colore viola, che Paoli ha sostituito con una assenza: «vedo il cielo sopra noi, che restiamo qui».

E sbaglia di grosso chi pensa che le riflessioni di Paoli siano rimaste confinate nei territori della sperimentazione, mentre l’architettura andava prendendo altre strade e altre pieghe – ora con l’high-tech, ora con il postmodern, per non dire dei revival delle tecniche costruttive arcaiche e mediterranee. Perché la teoria di Gino Paoli ha attraversato mezzo secolo e continua a dare i suoi frutti.

Una prova? L’abbiamo avuta  con la mostra delle opere visive di Domenico Pastore intitolata «Indizi disegni» e conclusa domenica scorsa nel Castello Svevo. Una serie di fotografie manipolate con il disegno, o viceversa disegni contaminati dalle immagini digitali, in definitiva «fotomontaggi», come riconosce Angelo Ambrosi in uno dei testi nel catalogo, ritrovando una linea di parentela con gli esperimenti degli anni Trenta del secolo appena passato.

C’è una immagine, intitolata «Interno smisurato», che deve tutto a Paoli, anche se a Pastore forse il modello arriva attraverso l’esperienza del gruppo di architettura radicale fiorentino Superstudio. Sulla ripresa di un panorama boschivo Pastore colloca tre superfici contigue sugli assi ortogonali della rappresentazione tridimensionale. Una superficie è opaca: il pavimento; le altre due sono trasparenti e lasciano entrare nello spazio interno la visione degli alberi, attraverso un reticolo di quadrati. E per soffitto – ovvio – il cielo. L’illusione ottica si ripete in infinite variazioni nelle altre tavole,  intitolate sempre con ironia: giochi di parole alla maniera delle avanguardie più irriverenti o del trasversalismo degli anni Settanta: paesaggio s/piegato, disegno s/concio, muro sc(r)ostato, e così via.

Dietro l’esercizio ludico, vediamo però il gioco serissimo dell’architettura «prima dell’architettura». Cioè il ragionare sugli atti fondamentali, diciamo pure arcaici del progetto come gesto di fondazione dei luoghi e di irrimediabile trasformazione della natura attraverso il cortocircuito  tra l’«organico» e il «razionale». Questioni che investono la pratica della professione quando il mestiere non sia ridotto a pratica corrente. Cioè quando fare architettura significa immaginare, «desiderare  la ri-costruzione di una diversa realtà  – scrive Lorenzo Netti nel catalogo – realizzazione di un mondo nuovo». E infatti Pastore «prefigura nuove forme, realtà aumentate dalla potenza radicale dell’arte».

Da questo punto di vista è chiaro che l’appendice di fotografie «non trattate» con tagli e segni grafici che conclude la mostra, consiste esattamente in «supporti visivi per disegni a venire». Ma questa promessa non è sufficiente a tenere lontano quel Beniamino Servino (anche lui scrive nel catalogo di Pastore) che va facendo proseliti con il suo innamoramento per i siti del degrado urbano e soprattutto industriale, anima e corpo di quella cosiddetta «architettura dell’abbandono» in cui vanno perdendosi giovani architetti, pur bravi. Una pericolosa tendenza, in cui si annida la risposta reazionaria e metafisica alla urgenza del riuso della città costruita e del freno al consumo di suolo. È il ciclico ritorno dell’estetica della rovina, quella che i romantici tedeschi chiamavano Ruinenwert e che il nazismo fece propria. Certo, si ritrovano sul mercato gradazioni diverse di questa ideologia: dal restauro maniacale fino alla contemplazione della inattività, fino a pensare, per esempio, che il teatro Margherita è meglio che resti così com’è, all’interno: un cantiere congelato. Oppure che nessuno metta mano agli «affascinanti» capannoni della ex caserma Rossani. E così l’estetica dell’abbandono finisce per assecondare strategie politiche, all’insaputa degli stessi esteti, chiusi nella camera blindata dell’arte neosublime. Ma è una illusione, come ci ricorda in «Tripoli ‘69»  Patty Pravo: «Io non mi accorgo che fuori è inverno ormai, la stanza è tanto calda, non penso mai che oltre la finestra per lui, in quella nebbia, c’è un’altra estate, che porta il caldo».

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 31|07|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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