PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_07_2013

Palazzo SGPE (Società Generale Pugliese di Elettricità), Via Crisanzio, 1957, Vittorio Chiaia, Massimo Napolitano

Palazzo SGPE (Società Generale Pugliese di Elettricità), Via Crisanzio, 1957, Vittorio Chiaia, Massimo Napolitano

La solitudine degli edifici del secolo breve _ Perché il “Pascali” ha perso la faccia

Non sarà mai più come prima. Anche se l’Ufficio tecnico della Provincia ha trovato nelle pieghe del bilancio un fondo per ricostruirla, la facciata dell’ex Istituto d’arte “Pascali” rimarrà nella migliore delle ipotesi una approssimativa riproduzione, dopo che è stato demolito l’intero paramento di mattoni rossi, per urgentissimi motivi di sicurezza: alcuni mattoni, distaccandosi e cadendo avrebbero potuto colpire gli studenti, proprio negli giorni degli esami di maturità.

E’ pur vero che del pericolo incombente la Provincia si era già accorta nel 2011: risale a quell’epoca, infatti, una comunicazione ufficiale al Comune di Bari, una Scia (una semplice Segnalazione certificata di inizio di attività edilizia). Ma a ben considerare da allora ad oggi ci sarebbe stato tutto il tempo di progettare un restauro della facciata, dopo un indispensabile rilievo, senza lasciare oggi alla solitudine dei tecnici della sicurezza la decisione di mandare in discarica gli storici mattoni.

Perché convochiamo sulla scena il concetto di restauro, a proposito di questo edificio sul lungomare di Ponente? Perché fino a due anni fa – guarda un po’ le coincidenze – quella scuola era un bene culturale: costruita nel 1952 ma progettata vent’anni prima dall’architetto Pietro Maria Favia, ricadeva nel territorio della tutela “automatica” di tutti gli edifici pubblici con più di cinquant’anni di vita. Poi il governo Berlusconi, con una manomissione del  Codice dei Beni culturali passata nella generale indifferenza, fece indietreggiare quel limite a settant’anni e perciò anche il “Pascali” si è ritrovato, dall’oggi al domani, “figlio di nessuno”. Di fronte alla implacabile legge del calendario viene meno qualsiasi ragione che faccia appello alla qualità di una architettura pubblica e civile che costituisce un pezzo significativo del Razionalismo realizzato a Bari nella prima metà del Novecento.

Basta questo caso a dimostrare che la tutela dell’architettura della Modernità è prodotto più della fortuna che non di una valutazione specifica del singolo bene culturale.

D’altra parte, invocare una puntuale tutela – caso per caso – non offre più sicure garanzie dal momento che è affidata al solitario e pressoché inappellabile giudizio del tecnico della Soprintendenza.

Una architettura diventa “bene culturale” quando il suo valore è riconosciuto. Ma da chi? Una ampia platea di cittadini deve riconoscere il “monumento” e sentirlo come facente parte del patrimonio inalienabile della nazione. Tuttavia quest’idea romantica che ha ispirato la nascita della tutela monumentale e paesaggistica in Italia si dimostra ormai ben poco à la page, in questi tempi di mercantili “valorizzazioni”, dai centri storici agli scavi archeologici. Solo una minoranza, poi, è disposta a battersi per la difesa del Moderno e del Contemporaneo, incomprensibile quando non sgradevole al più pigro “gusto del pubblico”.

Per l’architetto della Soprintendenza, allora, è comodo rifugio quella norma che gli consente di giudicare come preziosissimo patrimonio qualsiasi vecchia pietra e viceversa di non prendere coraggiose posizioni sull’architettura contemporanea. Arrivando anche a qualche sintomatico paradosso. Prendiamo il caso  dell’edificio Enel (in realtà palazzo Sgpe) in via Crisanzio, capolavoro giovanile degli architetti Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano: acquistato dall’Università, in procinto di essere sottoposto a lavori di ristrutturazione, a chi ne chiedeva la tutela attraverso l’imposizione di un vincolo, rispose la Soprintendenza che, appunto, alla burocrazia risultava “troppo giovane”. E per giunta, gli interni avendo già subito trasformazioni, il “documento” era ormai andato perduto. Una invocazione della regola aurea dettata da Cesare Brandi nella sua teoria del restauro, contro la mala pratica del ricostruire “com’era, dov’era”. Curioso! Lo stesso argomento non ebbe alcun peso quando si trattò di replicare “com’era, dov’era” un teatro Petruzzelli perduto tra fiamme.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 17|07|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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