PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_07_2013

L'istituto d'arte Pascali in una foto d'epoca

L’istituto d’arte Pascali in una foto d’epoca

Il «Pascali» a nudo perde i mattoni del Razionalismo _ Demolita la facciata dell’opera di Favia

È un altro pezzo della città che si perde. Ancora una testimonianza dell’architettura del Novecento che scompare. I testimoni oculari raccontano che li hanno estirpati, uno ad uno, come denti ancora saldi, a colpi di martello pneumatico: così sono stati demoliti i mattoni di rivestimento della facciata del Liceo artistico «Pino Pascali», sul lungomare Vittorio Veneto, opera dell’architetto Pietro Maria Favia.

I fatti sono questi: due settimane fa dalle cornici delle finestre si staccano alcuni pezzi di cemento, gonfiati dall’umido e dalla salsedine. La preside del doppio liceo (il Pascali, già glorioso Istituto d’arte, è stato accorpato al De Nittis), temendo che qualche studente possa rimanere colpito dalla caduta di altri frammenti, avvisa la Provincia, cui spetta la manutenzione della scuola. «I tecnici della Provincia – racconta Irma D’Ambrosio – sono stati velocissimi: immediato il sopralluogo e un giorno dopo c’erano già gli operai sul posto, a montare l’impalcatura». Quella stessa impalcatura su cui è affisso un cartello di cantiere che fra le scarne notizie indica il giorno di inizio dei lavori: (il 26 giugno) e lo scopo: «messa in sicurezza della facciata».
Non  è il caso di discutere se fosse necessario e urgentissimo svellere tutta la vasta apparecchiatura di mattoni rossi e mandarla in discarica. Ma quell’edificio non è forse sottoposto ad una tutela?
All’ufficio tecnico del Comune non sapevano nulla: non è mai stato presentato un progetto di manutenzione. Risulta, in effetti, una «Scia» per lavori urgenti, ma risale al 2011. Nessuna richiesta comunque di autorizzazione alla Commissione paesaggio. Strano, perché la scuola rientra nel perimetro del vicolo paesaggistico «diffuso» che coinvolge i quartieri storici e dovrebbe in ogni caso essere tra gli edifici «segnalati».
La professoressa D’Ambrosio, comunque, si è preoccupata di chiedere alla Provincia se fosse stata interessata la Soprintendenza: «Mi hanno assicurato che la soprintendenza ha dato il via libera, perché l’edificio non è vincolato, essendo stato costruito meno di settant’anni di vita».
Il capo dell’Ufficio tecnico della Provincia, l’ingegnere Aldo Lastella, spiega: «Abbiamo dovuto fare in fretta, cadevano i mattoni e c’era un verbale dei Vigili del fuoco che ci obbligava. Abbiamo comunicato per fax l’inizio dei lavori al Comune e alla Soprintendenza». Risposta dal castello? «No, nessuna. E comunque sappiamo che l’edificio non è vincolato», dice Lastella.
Ci risiamo: la manomissione berlusconiana del Codice dei beni culturali, che ha allungato da 50 a 70 anni il limite per la tutela, fa un’altra vittima eccellente: l’ex Istituto d’arte, la cui costruzione fu terminata nel 1950, come riferisce lo storico Mauro Scionti. A ben considerare, però, il progetto ha ben più di settant’anni. Una prospettiva disegnata a matita e carboncino da Pietro Maria Favia  porta infatti la data «A. XIII», cioè anno tredicesimo dell’era fascista (quindi tra il 28 ottobre 1934 e il 27 ottobre 1935). Nel curriculum che lo stesso Favia compila, è indicata al 1934 la progettazione di un edificio scolastico in corso Vittorio. Ma non era ancora la sede dell’Istituto d’arte. La stessa didascalia ci dice che l’edificio era destinato a «Scuola professionale marittima, scuole elementari e scuola materna». La scuola d’arte si installa in quel palazzo nel dopoguerra, per iniziativa di un pittore-politico, il sottosegretario alla pubblica istruzione Vincenzo Russo: ce lo ricordano tra gli altri Inigo De Maria e Vincenzo Velati che in quell’istituto ha insegnato storia dell’arte.
Ad un solo isolato di distanza dal liceo Orazio Flacco, opera di Concezio Petrucci del 1932, il «Pascali» si affaccia sul lungomare, tra due edifici militari della stessa epoca: la caserma «Macchi» (1933-‘36), progettata da Vittorio De Bernardini, con la mano finale di Saverio Dioguardi e la caserma della Milizia volontaria (1934-‘37), dello stesso Dioguardi. Con la caserma della Finanza poi,  il «Pascali»  forma una esedra che ritroviamo disegnata nel piano regolatore  di Concezio Petrucci (1932-’38). Tutto questo per dire che l’edificio di Favia – espresso nell’onesto linguaggio  del Razionalismo – fa parte di un disegno unitario, quello del lungomare di Ponente che comprende anche il complesso Incis di Minchilli, l’ex Istituto di Economia di Petrucci, la Casa del Mutilato di Favia e il palazzo delle Finanze di Vannoni. Ne avranno tenuto conto  i tecnici della Provincia? A considerare l’encomiabile rapidità con cui sono intervenuti, ne dubitiamo.

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 11|07|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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