PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_07_2013

Sede della Commissione Europea di Bruxelles
Sede della Commissione Europea di Bruxelles

Quelli di Bruxelles hanno svelato l’appalto nascosto _ Palagiustizia, Italia sott’accusa

Per dieci anni hanno sostenuto che la ricerca di mercato per la Cittadella della giustizia era una gara regolare ed efficace. E ora che la Commissione Europea trascina lo Stato italiano davanti alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, tacciono.

Nel momento in cui il governo di Bruxelles afferma che «la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi imposti dalla direttiva 93/37/CEE» perché con quella ricerca di mercato è stato «aggiudicato un appalto pubblico di lavori per la realizzazione della sede unica degli uffici giudiziari senza rispettare le procedure prescritte per la messa in concorrenza», ebbene ora non si registra nemmeno un commento da parte di chi è stato protagonista o comprimario di quella asserita violazione delle regole europee. Non dice nulla l’ex sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia, che firmò la ricerca di mercato nel 2003; non dicono nulla gli assessori che approvarono la delibera 1045/2003. Non si esprimono gli ex senatori di An che presentarono interrogazioni parlamentari né gli attuali deputati del Pd che all’epoca da consiglieri comunali e da assessori facevano pressioni sul sindaco Emiliano affinché desse via libera alla Cittadella. È strano che un esperto della pubblica amministrazione come Francesco Boccia (dirige la relativa scuola nella università privata di Degennaro e presiede la Commissione bilancio della Camera) non si fosse accorto che si correva il pericolo di violare le norme europee sugli appalti pubblici. È curioso che il coordinatore della opposizione di centrodestra, il senatore D’Ambrosio Lettieri, non abbia visto che la faccenda della Cittadella poteva essere in contrasto con i principi del liberalismo e della libera concorrenza di mercato.

Ora spetta ai giudici di Lussemburgo accogliere la richiesta di Bruxelles e condannare l’Italia per le sentenze con cui il Consiglio di Stato ha esautorato il Comune di Bari ordinando di costruire una Cittadella della giustizia di proprietà privata su un suolo attualmente agricolo. Palazzo Spada (sede dei giudici amministrativi), intanto, dopo l’avvio della procedura di infrazione ha sospeso tutto e rimesso gli atti alla stessa Corte di giustizia dell’Unione europea ponendo delle questioni pregiudiziali. E su questo fa conto l’impresa Pizzarotti, che non partecipa al processo ma è certo interessata al suo esito: «Confidiamo – dice l’avvocato Felice Lorusso – che la questione si risolva con il riconoscimento della legittimità della procedura seguita dal Consiglio di Stato», anche perché la contestazione di Bruxelles all’Italia «si basa sulla lettura di atti non ancora posti in essere»,  cioè  il contratto non è stato ancora stipulato.

Ma tutto ciò non ferma le lancette dell’orologio che già corrono al 20 di agosto: è il termine che la Commissione europea ha dato al Governo italiano per rimettere le cose a posto e così evitare il giudizio e scongiurare la condanna.

Il ricorso a Bruxelles, presentato dal Comune di Bari e impalcato con grande successo dai legali Isabella Loiodice, Renato Verna e Aldo Loiodice, ha toccato le corde più sensibili dell’istituzione europea: non quella che mostra il volto grottesco della puntigliosa burocrazia, ma quella che difende i valori di progresso e i principi di democrazia su cui poggia l’Unione: norme comuni di un comune spazio economico e culturale. La Commissione peraltro ha offerto all’Italia un trattamento di riguardo, con una procedura lunga, fatta di consultazioni, richiesta di chiarimenti, riunioni, costituzione in mora,  e solo alla fine ha emesso il parere motivato di infrazione (n. 2012/4000) che premia la fermezza della posizione sostenuta da Michele Emiliano. Non senza sottolineare le contraddizioni della linea assunta dai giudici del Consiglio di Stato e difesa dalle autorità italiane. Per esempio il pastrocchio del misterioso  terzo soggetto che dovrebbe firmare il contratto di locazione per 18 anni con il Comune oppure la continua confusione tra locazione e costruzione del Palagiustizia. A offrire la prova che esattamente di un appalto si trattava è stata poi  – segnala Bruxelles – proprio la Commissione di manutenzione presso la Corte d’Appello, elencando minuziosamente stanze e corridoi dell’edificio da costruire. Su casi analoghi la Corte di Lussemburgo si è già espressa con sentenze di condanna,  per esempio nel caso della Fiera di Colonia, o di pronuncia pregiudiziale, come quella richiesta della Corte d’appello di Düsseldorf. La stessa invocata dal governo italiano ma che a Roma devono averla letta all’incontrario.

NICOLA SIGNORILE

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