PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_06_2013

Taksim-Gezi-Park

Il progetto di riconversione dell’area dell’ex caserma ottomana ad Istanbul

L’albero è politico da Gezi Park fino alla Rossani _ Punta Perotti, proposte indecenti

Tutto è cominciato con la difesa degli alberi minacciati dalle ruspe. La grande protesta popolare che in Turchia ha messo con le spalle al muro Erdogan investe i problemi della democrazia di quel Paese ma è nata da una occasione che può sembrare marginale: la distruzione di un parco urbano, il Gezi, attiguo alla piazza Taksim in cui da due settimane si raccolgono per protestare migliaia di persone, colpite ieri da una rabbiosa repressione poliziesca. Anche se può sembrare azzardato, possiamo riconoscere più di una analogia tra il Gezi Park di Istanbul e la ex caserma Rossani a Bari. Lì si tratta di proteggere un parco pubblico dalla speculazione edilizia, qui di ottenere che un parco pubblico venga realizzato, nonostante i fortissimi appetiti immobiliari.

E possiamo anche spingerci oltre nel paragone: così come il parco Rossani sorgerebbe al posto di una caserma, anche il Gezi è stato realizzato nel 1949 sulle macerie di una caserma, rasa al suolo da Kemal Atatürk (il padre fondatore della Turchia laica). Quella caserma era la roccaforte di un gruppo di militari e religiosi che volevano il ritorno del sultano, esiliato a Salonicco. Per questo motivo si carica di pesanti significati la decisione di Erdogan che ha affidato all’architetto Serkan Duman l’incarico di progettare un centro commerciale e una moschea, ma alloggiati nella ricostruzione della caserma ottomana. Sull’idea balzana (e gravissima sul piano culturale) di ricostruire un edificio perduto  «com’era, dov’era» non ci soffermiamo. Sia sufficiente accennare a operazioni politico-psicoanalitiche come la ricostruzione  del Castello di Berlino a cui sta lavorando l’italiano Franco Stella e quella del teatro Petruzzelli di Bari cui ha provveduto il commissario Angelo Balducci con la Protezione civile di Bertolaso.

Nel caso della Rossani non si tratta di ricostruire una caserma che – sia pure mal ridotta –  sta ancora in piedi, ma di capire a quali condizioni sia possibile che in quell’area sorga finalmente un parco urbano. Le voci  di un trasferimento imminente (ancorché provvisorio) della Accademia di Belle arti nella Fiera del Levante o in un altro luogo allontanano l’obiettivo dell’insediamento nella Rossani, oggetto di un impegno formale preso dall’amministrazione comunale che tuttavia non ha ancora consegnato l’immobile. Pasquale Bellini, ex direttore dell’Accademia, intravede l’affiorare di vecchie trame. Quali? Non dice, ma se ripercorriamo la storia della Rossani vediamo che da quando l’ipotesi immobiliarista che prevedeva parcheggi interrati, centro commerciale e residenze (ancorché speciali) è stata stoppata dalla opposizione dei comitati popolari l’iniziativa è ferma. Anzi il progetto con cui Fuksas ha vinto il concorso Baricentrale ha ringalluzzito i fautori dello sfruttamento immobiliare, a maggior ragione se consideriamo che  un abbandono di campo da parte dell’Accademia comporterebbe anche il dirottamento di finanziamenti statali che invece sarebbero utilissimi per fare dell’area Rossani uno spazio pubblico a tutti gli effetti, anche sul piano patrimoniale.

Bari è la città dei paradossi: da una parte si resiste in tutte le maniere alla possibilità di realizzare un parco pubblico su un’area pubblica, dall’altra ci si ostina a difendere un parco realizzato su un’area edificabile e per giunta di proprietà privata.  Stiamo parlando, evidentemente, del cosiddetto parco di Punta Perotti. Alla legittima aspirazione dei Matarrese di costruire sui suoli che la Corte europea ha loro restituito, il sindaco Emiliano risponde in maniera stravagante. Invece di percorrere la strada di una variante urbanistica per trasformare quell’area edificabile in zona destinata a verde urbano (ammesso che ce ne abbia la forza politica), per «salvare» il pratone di Punta Perotti propone ai proprietari uno scambio di  suolo, ma anche di volumetrie.

Lui la chiama perequazione, ma Emiliano abusa di un termine che nel vocabolario degli urbanisti  significa tutt’altro (un criterio generalizzato su tutta la città). Ciò che intende il sindaco, invece, è il credito edilizio. Applicato una volta, varrebbe anche per quei 15 milioni di metri cubi potenziali che il nuovo piano regolatore dovrebbe cancellare. Ma i crediti edilizi sarebbero una autentica sciagura per la città pubblica, come dimostra il caso di Roma e che una giunta comunale, anni fa, aveva deciso di non replicare a Bari. Ma come gli zombi, i mostri della privatizzazione della città a volte ritornano. E allora dobbiamo sperare che i Matarrese, sensibili all’appello dell’orgoglio, rifiutino la proposta indecente.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 12|06|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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