PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_06_2013

Torre campanaria | dettaglio (foto Roberta Signorile)

Torre campanaria | dettaglio (foto Roberta Signorile)

La torre tricolore fa il patriota incostituzionale _ Al traguardo il vincolo diffuso

Gli intellettuali che – in tempo di crisi – invece di interessarsi ai problemi gravissimi del Paese si concedono il lusso di occuparsi di cose futili, come la tutela dei monumenti o la difesa dei beni pubblici suscitano sentimenti di disprezzo in quei politici che hanno fatto dell’efficienza aziendalista il loro Credo spiccio. Purtroppo, anche altri finiscono nella trappola, a loro insaputa, magari solo per difendere una decisione improvvida. Se la prende con gli intellettuali, per esempio, il presidente della Provincia dei Bari, Francesco Schittulli, mentre promette che – finché sarà presidente di quell’ente destinato all’estinzione – non spegnerà mai la luce tricolore accesa due anni fa sulla torre della palazzo del lungomare Nazario Sauro per festeggiare il 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Ha risposto proprio così al dibattito che si è aperto di recente sul web.

Della esagerata commemorazione (gli altri enti  pubblici in Italia si erano limitati a qualche mese) ci eravamo occupati in questa rubrica lo scorso 13 marzo («Staccate la spina alla torre psichedelica»). Con l’augurio che dopo tanto tempo fosse  giunto il momento di mettere fine al patriottismo illuminotecnico, ripristinando così un diritto costituzionale «sospeso» per la pur nobile occasione: il diritto proclamato all’articolo 9 della Carta: la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».  È una tutela rispetto a qualsiasi «abuso», anche quelli istituzionali o in buona fede.

La torre della Provincia, insieme al suo palazzo progettato nel 1932 dall’ingegner  Luigi Baffa sotto il controllo strettissimo dell’architetto Saverio Dioguardi, è tutelata dallo Stato due volte, in quanto bene architettonico in sé e in quanto parte del paesaggio urbano costituito dal lungomare. È per questi motivi che torre e palazzo dovrebbero essere restituiti nella loro identità e integrità architettonica ai cittadini italiani, il cui interesse patrimoniale viene ben prima dell’eventuale interesse turistico dei crocieristi invocati da Schittulli.

«Mi chiedo se sia mai stata autorizzata quella violenta illuminazione, che non è coerente con l’architettura», dice Angela Barbanente, l’assessore regionale ai Beni culturali e vicepresidente della Regione Puglia, che chiama in causa, così, il soprintendente ai Beni architettonici e del paesaggio, l’architetto Salvatore Buonomo. Il quale proprio ieri era nelle stanze regionali, con i tecnici del suo ufficio e gli altri componenti della commissione, per  definire il testo e i dettagli del vincolo diffuso  sui quartieri centrali: Bari vecchia, Murat, Libertà e – guarda un po’ la coincidenza! – Madonnella, cioè il quartiere in cui è il palazzo della Provincia.

Sebbene le questioni di cui si tratta nel vincolo siano ben più impegantive dell’interruttore di un impianto elettrico, in sostanza si tratta della medesima materia: la difesa del paesaggio dalle trasformazioni azzardate e incoerenti della sua immagine, quindi le mutazioni materiali e immateriali. Che senso avrebbe infatti spaccare il capello in quattro  per una insegna  pubblicitaria o per gli infissi in via Bovio se poi chiunque può accendere le luci che vuole su un monumento?

Intanto, dopo la riunione tecnica di ieri in cui si sono svolte anche le verifiche sulle planimetrie, il lungo percorso  del vincolo ha preso la dirittura finale. Manca ormai poco alla sua approvazione, con una delibera di Giunta regionale,  anche se – dice Angela Barbanente, – non è esclusa la convocazione, prima,  di un incontro con il partenariato.

L’inchiesta pubblica sul vincolo ha consentito di apportare al testo importanti modifiche sulla base delle osservazioni, in particolare quelle avanzate dal Comune di Bari e dalle associazioni degli imprenditori edili. Le principali sono due. La prima consiste nella esclusione dalla autorizzazione paesaggistica di tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di restauro conservativo che rientrino nei casi previsti dal Codice dei Beni culturali (art. 149). La seconda consiste nella articolazione del vincolo in obiettivi, indirizzi e direttive per la redazione dei piani urbanistici attuativi (piani esecutivi, particolareggiati, piani di riqualificazione e di rigenerazione). In questo modo il vincolo, da strumento di puro divieto diventa strumento di progettazione. E la parola torna al Comune, ma anche ai proprietari degli immobili, chiamati ad assumere una visione più ampia della singola particella catastale.

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 05|06|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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