PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_05_2013

Torre da Boraco
La torre (foto Vittorio Carofiglio)

Pietre sulla torre per vedere e farsi vedere _ Premio Ama al restauro di G. Valente

Il recupero e il riuso di una torre di avvistamento del Cinquecento sulla costa di Manduria, concluso pochi mesi fa, ha guadagnato meritatamente il primo premio, nella sezione architettura, dell’Apulia Marble Awards 2013. Dietro il nome inglese – non si sfugge ai comandamenti della internazionalizzazione! – c’è il concorso organizzato dalla Regione Puglia e dalla Imm (Internazionale Marmi e Macchine) di Carrara, con il patrocinio dell’Ordine degli architetti e di Bari e di quelli pugliesi.

Il premio serve a promuove la pietra pugliese e il settore economico della estrazione e della lavorazione dei materiali lapidei, attraverso la espressione migliore del loro uso e della loro trasformazione: l’architettura che riesce anche a pacificare i sensi di colpa che suscita la consapevolezza degli effetti collaterali dello sfruttamento industriale di una materia non rinnovabile e delle ferite inferte al paesaggio con le cave.

Nelle altre due sezioni sono stati premiati gli architetti Giuseppe Fallacara e Marco Stigliano con le collaborazioni di Vincenzo Minenna e Anna Mangione per la sezione design (un sistema costruttivo per realizzare volte traforate e pareti divisorie in pietra leccese) e, nella sezione «arredo urbano», lo studio Ls cioè Fabio Leonelli e Mario Struzzi per il restauro (che risale a una dozzina di anni fa) della piazza inferiore di S. Francesco a Assisi in cui è stato utilizzato il tufo Mazzaro di Gravina.

Tufo Carparo di Gallipoli, bronzetto di Apricena e pietra di Cursi hanno invece adoperato gli architetti Gloria Valente (studio Netti Architetti) e Vittorio Carofiglio per rimettere in piedi la torre Boraco, a Campomarino. Era un rudere. Si riconosceva a malapena la forma quadrangolare di quelle pareti oblique nell’ammasso di pietrame che nel tempo crollava su stesso. Per fermarne la rovina, essendo sottoposta alla tutela dello Stato, la soprintendenza ai Beni architettonici aveva obbligato il proprietario, verso la fine degli anni Novanta, ai lavori di recupero e salvataggio della torre. Il conte Arturo d’Ayala Valva, allora, si era rivolto all’architetto Valente (nata a Taranto, con studi a Firenze e lavoro a Bari). L’architetto aveva allora proposto di non limitarsi alla conservazione e di far rivivere la torre, insieme ad un deposito agricolo attiguo, come attrezzatura turistica. Passò del tempo e i dubbi in cui si macerava il proprietario furono infine risolti dalla Soprintendenza che nel 2001 chiese anche la ricostruzione della volta crollata e della scala esterna di accesso, scomparsa.

Ricordiamo questo antefatto non per discutere delle variazioni dell’ideologia del restauro nelle soprintendenze, ma solo perché tra il primo e il secondo progetto avviene un fatto significativo: la scala di accesso che in origine avrebbe dovuto avere una posizione ortogonale (com’è di regola), nella nuova e definitiva versione del progetto ruota, si dispone parallela ad un lato del bastione e termina con una passerella di acciaio cortèn che la congiunge al vano d’ingresso.

La ragione dello spostamento: «Sebbene corretta, quella disposizione rendeva la scala troppo invasiva nel paesaggio» dice Valente. Che però trova poi un imprevisto consenso della Storia alla scelta «innovativa»: una traccia nelle mappe catastali che riportano una scala ad elle. E così l’introduzione di un benefico gesto dichiaratamente contemporaneo si rivela giustificato in pieno anche sul piano della filologia. Potremmo dire che nella ragione «a posteriori» c’è la dimostrazione di una necessità del progetto, ma preferiamo tenerci alle documentate intenzioni dei progettisti: «Ci sono esempi analoghi di scale parallele in altre torri, soprattutto sul litorale verso Lecce», dice Gloria Valente. Ma al di là di questa «prova», bisognava essere coerenti con la funzione che la torre aveva acquistato nel tempo, avendo ormai perduto quella originaria di edificio militare: «La torre era diventata un misuratore del paesaggio, un dispositivo per guardare il paesaggio e, al tempo stesso, riconoscersi come segno di esso».

Ecco allora la sua funzione contemporanea per un uso diverso da quello militare: punto di riferimento nel luogo, una vocazione che spinge i progettisti a concepire la scala con un esplodere della massa opaca del bastione verso l’esterno, sdoppiamento di un monolite collocato con la sua mole, un po’ misteriosa ed evocativa di chissà quale arcaica e piramidale costruzione, conficcata su una linea di orizzonte quasi desertico: di là il mare, di qua una campagna incolta su cui prosperano le spighe selvatiche, accarezzate dal vento e dal sole.

NICOLA SIGNORILE

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