PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_05_2013

La carboneria Kounellis
“La Carboneria”, opera di Jannis Kounellis

L’arte pubblica è fuori posto a furor di popolo _ Kounellis «deportato» in periferia

E il Kounellis, adesso, dove lo metto? L’idea – non sappiamo quanto estemporanea oppure frutto di ponderato ragionamento – che l’assessore comunale all’Urbanistica ha messo sul tappeto suscita opposte reazioni.

Il fatto: l’opera di Jannis Kounellis, battezzata «La Carboneria» a insaputa dell’autore, che adesso sta in piazza del Ferrarese, praticamente addosso all’ex mercato del pesce, deve traslocare perché così chiedono residenti e bottegai della circoscrizione murattiana e soprattutto perché così sollecita la Soprintendenza ai Beni architettonici. L’opera del maestro dell’arte povera è di proprietà dell’autore stesso, che l’ha lasciata in comodato alla città di Bari dopo averla realizzata nell’ambito della «sua» mostra allestita nel teatro Margherita, esattamente tre anni fa.

Il luogo in cui collocare la scultura sarebbe stato scelto dallo stesso Kounellis: si può discutere – fino a un certo punto – della decisione, ma qualcuno ha chiesto al maestro se intendeva quella installazione come effimera oppure definitiva? Abbiamo il sospetto che sull’argomento si sia sorvolato, seminando un problema che ora vegeta come una gramigna infestante. E chiama in causa questioni cruciali di democrazia urbana che l’amministrazione comunale (e innanzitutto il sindaco che ha trattenuto la delega alla cultura) sembra ignorare.

Non è qui il caso di richiamare mezzo secolo di dibattito internazionale sulla «Public art». Ci limitiamo – solo per far annusare la gravità della faccenda – a ricordare che c’è perfino qualcuno che avanza dubbi sulla legittimità democratica dell’occupazione simbolica degli spazi pubblici. Lo fa con solidi argomenti il critico e storico dell’arte tedesco Walter Grasskamp nel volume «Unerwünschte Monumente. Moderne Kunst in Stadtraum», pubblicato da Schreiber nel 2000. Al contrario, Anna Detheridge sostiene che «i valori che accomunano i progetti d’arte negli spazi pubblici sono sempre collettivi e accompagnati dal presupposto di migliorare la qualità della vita dei cittadini». Ma d’altra parte  il filosofo spagnolo Félix Duque argomenta che la «Public art» non è assolutamente l’arte fatta secondo i desideri del pubblico. E se crediamo che questa considerazione abbia un fondamento, allora dobbiamo anche dire che l’idea dell’assessore Elio Sannicandro – quella di trasferire l’opera di Kounellis a Japigia – fa leva sulla scarsa forza di ribellione del pubblico della periferia rispetto ai più potenti cittadini murattiani.

L’intenzione, poi, di collocare il rugginoso totem nel futuro giardino di quartiere nell’area  fra via Suglia e via Toscanini, ha lasciato sconcertati i componenti della giuria che sta valutando i progetti concorrenti al concorso di idee organizzato a loro spese dalle imprese che realizzano il Pirp, progetti che ovviamente ignorano la necessità di fare spazio a Kounellis, indipendentemente dalla condivisione dei cittadini di Japigia. Anche di quelli entusiasti di avere un’opera d’arte contemporanea, come il consigliere circoscrizionale Maurizio Brunialti, che però più saggiamente suggerisce la rotonda da realizzare davanti alla futura sede della Regione, in via Gentile.

Ed ecco che ricadiamo nella logica della bomboniera da mettere sul comò. L’opera d’arte da sistemare «da qualche parte», ribaltando la strategia che invece vorrebbe lo spazio pubblico reclamare la sua opera d’arte, commisurata alle dimensioni, alla luce, al contesto, alle fruizioni che in quel luogo si addensano. Ci siamo già passati attraverso il caso del cavallo di Ceroli, prima piazzato sul sagrato di San Ferdinando (troppo angusto) poi in corso Vittorio Emanuele II (troppo ampio e per giunta su quell’orribile scatolo di confetti che fa da basamento). Ci sono già passati i molfettesi, cacciando in periferia quell’«Icaro» di Antonio Paradiso che era stato collocato benissimo sulla banchina del porto.

Si potrebbe pensare ad una destinazione migliore per la «Carboneria» di Kounellis? Per esempio nel porto, davanti al terminal crociere, oppure all’aeroporto: non a caso nelle «porte» di accesso della città contemporanea. Ma si tratta pur sempre del meno peggio, rovesciando l’ordine delle cose che vuole prima lo spazio e poi l’opera. La città dovrebbe invece dotarsi di un piano degli spazi pubblici capaci di ospitare la «public art» e per i quali commissionare le opere agli artisti. Ma questo non sembra affatto nelle intenzioni di chi gestisce le attività delle arti visive in nome e per conto del Comune e che persegue l’unico obiettivo di realizzare una galleria d’arte contemporanea a gestione privata ma con fondi pubblici in un luogo inadeguato (parole dell’architetto David Chipperfield): il teatro Margherita.

NICOLA SIGNORILE

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