PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_05_2013

La caserma dell'Aeronautica  in corso Sonnino

Foto storica della caserma dell’Aeronautica in corso Sonnino

Vecchie caserme, caserme vuote e città contrattata _ Baricentrale, dopo il concorso

L’idea di Massimiliano e Doriana Fuksas per «Baricentrale» – nobilitata, bisogna dirlo, da un nutrito drappello di paesaggisti catalani che certo non sono archistar – può piacere oppure no, ma almeno ha un merito incontenstabile. È una idea semplice ma realizzabile, diciamo pure «furba» come suggerisce l’architetto comunale Annamaria Curcuruto, frutto di un concorso nel quale si sono confrontate idee diverse, di buon livello e con punte di eccellenza (pensiamo ai progetti di Vasquez Consuegra, di Francesco Cellini e di Carlos Ferrater). È l’occasione per dimostrare che i concorsi – in architettura e in urbanistica – sono indispensabili per avere risultati di qualità.

Naturalmente non tutti i concorsi sono uguali, molto dipende da come sono confezionati i bandi e da come sono assortite le giurie. Il prof. Francesco Garofalo, che ha curato per il Comune di Bari l’organizzazione del concorso «Baricentrale», si appunta sul petto una medaglia bella grossa e luccicosa e fa una sorta di pubblicità comparativa con il contemporaneo concorso per il padiglione dell’Italia all’Expo 2015 di Milano: un flop.

Ma ora si tratta di difendere il concorso barese che corre due rischi, soprattutto: il sabotaggio legale attraverso i ricorsi degli sconfitti e il sabotaggio politico degli stessi amministratori, per l’incapacità di dar seguito alla gara, di affidare gli incarichi dei progetti attuativi. O perché sono attratti da soluzioni più immediate e quindi più redditizie sul piano del consenso elettorale.

Il significato più importante del concorso. – e quindi la ragione per cui esso va difeso comunque, anche quando il risultato non ci entusiasma – sta nel fatto che esso rappresenta un formidabile strumento democratico per combattere le pratiche della urbanistica contrattata e per restituire le scelte sul futuro della città nelle mani del potere pubblico, sottraendole alle pressioni – pur legittime – dei proprietari dei suoli e delle imprese immobiliari che controllano il territorio anche attraverso le discutibili opzioni sugli acquisti (inimmaginabile in altri Paesi europei).

Le prime prove di «urbanistica contrattata», in Italia, risalgono all’inizio degli anni Ottanta, ma è nel 1988 che l’espressione viene coniata da Antonio Cederna e Vezio De Lucia per una descrizione del fenomeno sul bollettino di «Italia Nostra». Vent’anni dopo, con il convegno intitolato «La città venduta», la stessa associazione ha tracciato un bilancio del fenomeno, che ha trovato nelle new town berlusconiane post-terremoto a L’Aquila la sua rappresentazione plastica: una deriva di massiccia privatizzazione dello spazio pubblico e di dissennato consumo di suolo agricolo. Gli atti del convegno sono stati pubblicati dall’editore Gangemi, a cura di Maria Pia Guermandi. Tra i testi qui raccolti, c’è la relazione dell’urbanista Edoardo Salzano per il quale urbanistica contrattata «significa sostituire, ad un sistema di regole valide erga omnes, definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica (…), la contrattazione diretta delle operazioni di trasformazione urbana tra i soggetti che hanno il potere di decidere».

E questa contrattazione diretta, spiega Salzano, «si manifesta ogni volta che l’iniziativa delle decisioni sull’assetto del territorio non viene presa per l’autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, o addirittura sulla base delle proposte di chi detiene il possesso di consistenti beni immobiliari. Quando insomma chi ha l’iniziativa è la proprietà, e non il Comune».

Ma non è detto che in questa contrattazione di fronte al Comune ci sia sempre un privato. Può esserci anche un «proprietario pubblico» come ad esempio l’amministrazione dello Stato che sulle aree militari può far ciò che vuole. Il Comune deve solo prendere atto di una decisione immodificabile e che il più delle volte risponde a criteri coperti dal segreto militare. È in circostanze del genere che, per esempio, è nata la caserma del Gico della Guardia di Finanza sul lungomare (il Comune riuscì a stento a far almeno dipingere di bianco il muro di cinta). Ma è anche in ragione della medesima riservatissima autonomia che restano apparentemente vuoti e in abbandono immobili come la caserma dell’Aeronautica in corso Sonnino o l’ospedale militare in corso De Gasperi. La cui trasformazione è assai importante per la città.

Né, in effetti, potrebbe permettersi un’altra sconveniente permuta come quella della ex caserma Rossani, sul cui destino oggi, almeno, abbiamo le belle idee del concorso internazionale «Baricentrale».

NICOLA SIGNORILE

Annunci

Pubblicato il 19|05|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: