PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_04_2013

Vito Sangirardi Palazzo Sylos Labini in via marchese di Montrone 1962

Potentissimi schizzi di Vito Sangirardi per Palazzo Sylos Labini in via marchese di Montrone 1962

La città di Murat fra l’orgoglio e il pregiudizio _ Ha 200 anni e li dimostra tutti

Oggi si saprà come e perché il gruppo guidato da Massimiliano e Doriana Fuksas ha vinto il concorso internazionale di idee «Baricentrale» bandito dal Comune. Oggi si saprà quale potrebbe essere il futuro di tutte le vaste aree che lascerà libere il fiume di ferro della ferrovia. Ma è più facile che saranno le idee per l’ex caserma Rossani (compresa in extremis nell’area di concorso) ad attirare la maggiore attenzione, anche perché su quel pezzo di città si sono già formati desideri, appetiti immobiliari e anche rivendicazioni popolari. Ora si tratta di vedere a chi «parla» il vincitore, che fu il primo a rispondere, ringraziando, il Comitato Rossani che aveva spedito a tutti i partecipanti una «integrazione» alla documentazione ufficiale fornita dal Comune.

Ma oggi si terrà anche la riunione conclusiva della commissione di esperti convocata dalla Regione Puglia per il vincolo paesaggistico sui quartieri storici di Bari (Murat, Libertà. Madonnella e Bari vecchia): ne dovrebbe venir fuori la nuova versione, arricchita e affinata dal dibattito che si è sviluppato nella «inchiesta pubblica».

Se consideriamo anche la festa organizzata per stasera in piazza del Ferrarese, si può dire che rischiamo una overdose di urbanistica nel nome di Murat e della città nuova che fondò due secoli fa.  Appena ieri si è conclusa la doppia giornata di studi internazionali promossa dal Politecnico: una occasione per aggiornare il dibattito teorico e le conoscenze storiche su una vicenda (la nascita e la formazione del borgo progettato da Giuseppe Gimma) che mette Bari in confronto con altre città mediterranee che hanno vissuto – con la loro maglia ortogonale – analoghe trasformazioni: per esempio Trieste con i quartieri asburgici (di cui hanno parlato Federica Rovello, Dunia Mittner e Sabina Lenoci), per esempio Barcellona (del piano di Cerdà con le sue implicazioni teoriche ha raccontato Jordi Sardà), per esempio – ed è stata una sorpresa, laggiù in America  – L’Avana e il suo ampliamento ottocentesco, illustrato da Carles Crosas.

Tre diversi casi che ci dicono quanto e in che maniera l’astrattissima geometria di una città nuova abbia saputo sopravvivere alle tensioni continue alla trasformazione. E’ questo in definitiva il tema urgente di Bari, che insegue una mitologia del Murattiano alla quale – lo diciamo con franchezza – contribuiscono anche alcuni appuntamenti di queste «celebrazioni».

Ogni mitologia ha bisogno di racconti efferati. Quello di Bari si chiama «boom edilizio».

Dal 1960 al ’70 si costruiscono a Bari 14.500 vani l’anno. Solo tra il 1963 e il 1964 si contano oltre 200 sostituzioni edilizie. La crescita tumultuosa ha nel centro murattiano il suo epicentro ed è in questo clima che esplode la rivolta degli edili, nel 1962. Ma la degenerazione del quartiere murattiano è determinata nel suo stesso atto di nascita: già alla fine dell’Ottocento vengono autorizzate le prime sopraelevazioni e il fenomeno diventa massiccio a partire dagli anni Venti del XX secolo, mentre iniziano le prime sostituzioni edilizie nella attuale via Sparano, con i due palazzi Mincuzzi (1926 e 1932) e con il palazzo della Rinascente (1925) determinando così la perdita della tensione formale del piano del Gimma, ridotta alla fine alla sola rappresentazione planimetrica. E tuttavia la negazione del Neoclassicismo murattiano e le manifestazioni dell’Eclettismo nell’immaginario collettivo sono considerate paradossalmente espressione del medesimo, originario progetto. E si rivolge così al secondo Novecento l’accusa di «urbicidio» mentre si coltiva la mitologia della città perduta.

Il valore generale dell’edilizia degli anni Cinquanta e Sessanta è deprimente. Ma alcuni architetti riescono a sottrarsi al ricatto di una economia rapace e a imporre una progettazione di qualità: Vittorio Chiaia e Vito Sangirardi, Tonino Cirielli, Dino Pezzuto e Onofrio Mangini e poi – rari non baresi – Alfredo Lambertucci, Pasquale Carbonara, Marcello Petrignani e Marina Ruggieri. Nei loro edifici si possono riconoscere i tratti fondamentali di una cultura progettuale, se non proprio di uno stile, che diremo Moderno Murattiano e che si spinge fino ad oggi. È la conferma della capacità di trasformazione del paesaggio urbano, contraddetta però dalla tendenza istituzionale a cristallizzare una presunta identità formale, fino a legittimare discutibili operazioni di falso, come la ricostruzione «com’era, dov’era» del teatro Petruzzelli.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 24|04|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Caro Signorile, seguo questo suo blog con molto piacere, e mi interessa particolarmente la chiarezza con cui lei smitizza l’idea per cui se è antico, allora è bello.
    E giustamente nota come le sopraelevazioni siano una forzatura anche se operate nel favoloso ‘800.
    D’altra parte richiama alcuni esempi di architettura moderna di qualità nello stesso murattiano, come l’edificio di Mangini in via Argiro. Ma per quanto di qualità, non sono viziati dallo stesso peccato originale, quello di essere altissimi?
    L’edificio di Mangini di cui dicevo prima, ad esempio, così alto e con alcuni volumi aggettanti sulla strada, non è troppo incombente? Non toglie aria e luce? E lo stesso non vale anche per il palazzo Laterza, che pure è molto ben “rifinito” (non sono un tecnico e non so usare parole migliori)?
    Insomma, “ideologicamente” io mi rendo perfettamente conto della necessità di non farsi prendere dalla nostalgia, e qualora anche lo fossimo, della necessità di non essere da meno di quei modelli che ci piacciono tanto (e che non erano certo dei Mosé scesi dalla montagna!), però certe volte ho davvero difficoltà ad apprezzare la “modernità”.
    Grazie e a buon rendere.

    • La redazione precisa che questo blog non è curato da Nicola Signorile malgrado la sua rubrica sia ospitata settimanalmente. Ad ogni modo, la redazione si impegna a trasmettere le sue osservazioni all’autore dell’articolo e a riportare le eventuali risposte alle sue domande.

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