PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_04_2013

refpic_justice_1gdL’ermeneutica europea del Palagiustizia _ La Cittadella finisce a Lussemburgo

E se la Cittadella della Giustizia fosse un appalto mascherato e affidato senza gara? È questo il «sopravvenuto, serio dubbio ermeneutico» che ha assalito i giudici del Consiglio di Stato e li ha spinti a congelare ogni ulteriore attività del commissario da loro stessi incaricato. Variante urbanistica e contratto con la  impresa Pizzarotti (o meglio con un «terzo soggetto idoneo e qualificato» che tuttavia rimane ancora sconosciuto agli stessi giudici) sono sospesi, in attesa di una risposta, anzi due, dalla Corte di Giustizia europea. A Lussemburgo i giudici amministrativi italiani chiedono se un contratto di «locazione di cosa futura» equivalga ad un appalto di lavori e, nel caso, se possano rimangiarsi la sentenza che ordinava di realizzare la cosiddetta Cittadella della giustizia perché «contrastante con il diritto comunitario degli appalti pubblici» (ne ha dato notizia sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno Massimiliano Scagliarini venerdì scorso).

Le toghe italiane e quelle europee ci scuseranno se forse banalizziamo i termini della questione con qualche forzatura linguistica, ma approveranno lo sforzo di rendere comprensibile la vicenda anche a chi non è un giurista o un legale, ma è sinceramente interessato agli effetti che può avere sulla città l’ordinanza 1962/2013. Effetti tutt’altro che trascurabili, dal momento che potrebbe essere la parola «fine» ad una vicenda politica, legale e urbanistica che si trascina da dieci anni esatti.

Il «serio dubbio ermeneutico» ha preso i giudici di Palazzo Spada quando del lontano, periferico caso dei nuovi palazzi di giustizia baresi si è occupata  –  su richiesta del Comune di Bari – la Commissione europea che ha avviato una procedura di infrazione contro lo Stato italiano prefigurando una violazione del principio (e delle regole) della libera concorrenza.

L’Unione europea non gode, come si dice, di buona stampa in questo periodo di lunga crisi monetaria. Un intellettuale di solidi principi come Hans Magnus Enzensberger arriva al punto di definire la burocrazia comunitaria «Il mostro buono di Bruxelles» (è questo il titolo di un suo pamphlet del 2011, appena pubblicato in Italia da Einaudi) e di vedere in essa una minaccia per la democrazia. «Chi se non la Commissione, può giudicare come devono essere una protesi dentaria o un wc europei?» si chiede con sarcasmo Enzensberger. Il quale vede nella maniacale attività degli euroburacrati se non una espressione di dittatura, certo una subdola «forma di potere soft» che mira a «omogeneizzare, possibilmente in  modo tacito, le condizioni di vita sul continente».

Ma c’è anche del buono nelle decisioni europee, scelte che spingono nella direzione del progresso società  altrimenti frenate da interessi locali e rendite di posizione e rapporti di forza ancora feudali. Come non giudicare un balzo in avanti le norme europee sull’uso del territorio (lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo siglato a Potsdam), sulla tutela e la trasformazione del paesaggio (la Convenzione di Firenze) e sulle città sostenibili (la Carta di Lipsia)? Ad affrontare oggi temi come la rigenerazione urbana e il consumo zero di suolo siamo «costretti» dalla civiltà europea, nonostante la burocrazia europea.

Nella ordinanza del Consiglio di Stato la variante che trasformerebbe una campagna agricola in suolo edificabile  viene appena sfiorata, ma  essa è lì, con tutta la sua forza che travalica tanto gli interessi legittimi di un imprenditore quanto le aspettative di giudici, avvocati, imputati e testimoni che ogni giorno vivono il disagio di ambienti inadeguati, quanto le rivendicazioni di autonomia nel governo del territorio che muove il Comune nella sua nobile resistenza legale.

Ma questo aspetto, tenuto in ombra, non è affatto secondario. Se l’imprenditore sostiene (citiamo dall’ordinanza) che  non si tratta di «realizzare un’opera pubblica nemmeno in senso soggettivo bensì un’opera realizzata da un soggetto privato, su aree di proprietà privata con esclusivo apporto di risorse private, per essere ceduta in locazione al Comune di Bari», allora come si giustifica una variante al piano regolatore, in assenza di un indispensabile «interesse pubblico»?

Ecco un altro «serio dubbio ermeneutico» suscitato dai rilievi di Bruxelles.

NICOLA SIGNORILE

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