PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_04_2013

GIARDINO 005

L’edificio per civile abitazione in via Crisanzio, all’angolo con via Sagarriga Visconti

Andate in via Crisanzio, se volete capire qual è la materia su cui si combatte il braccio di ferro che oppone Comune e Soprintendenza per il cosiddetto «vincolo diffuso». In ballo c’è la tutela paesaggistica del centro storico e al tempo stesso la capacità di trasformazione di una parte densa e consolidata della città.

Il caso di via Crisanzio è istruttivo perché si tratta di due edifici contigui, posti sul confine tra il borgo Murattiano e il quartiere Libertà, che ricadrebbero sotto l’ala protettiva del vincolo ispirato alla conservazione dei caratteri identitari del Murattiano, ma che del neoclassicismo di Giuseppe Gimma, reale ingegnere di ponti e strade, sono una aperta contestazione. 

Parliamo degli edifici al civico 97, all’angolo con via Sagarriga Visconti, e al civico 101. Il primo è un palazzo per civile abitazione, il secondo era l’istituto monastico del Sacro Cuore (ormai vuoto). Per una significativa coincidenza, l’uno e l’altro furono progettati dal medesimo architetto, Saverio Dioguardi: il primo risale al 1923-‘24, il secondo (in realtà una sopraelevazione) porta invece la data del 1936, e poi ancora quella del 1948 (per un ulteriore ampliamento). A vederli, non si direbbe mai che siano della stessa mano: il condominio è un liberty fuori tempo massimo, il secondo è addirittura in stile neogotico. In comune, i due edifici hanno l’impiego del cemento armato e del calcestruzzo anche per le decorazioni: capitelli, colonne, mascheroni e foglie di acanto. Ma il fatto non deve stupire più di tanto:  Saverio Dioguardi, architetto e imprenditore, è la personalità che più fortemente ha inciso sulla cultura architettonica del Novecento barese, imponendo standard di qualità sia nel disegno che nella produzione. E soprattutto innovando e costringendo la burocrazia e i regolamenti ad inseguire il suo lavoro. Dioguardi supera continuamente se stesso, assecondando i gusti del pubblico: dall’eclettismo di scuola mitteleuropea delle prime opere al Modernismo della chiesa di San Ferdinando del 1932 e al Razionalismo del Circolo Canottieri Barion del 1933, fino al linguaggio apertamente funzionalista degli ultimi anni.

Il caso vuole che entrambi gli edifici di via Crisanzio siano interessati oggi da lavori edili, anche se – stranamente – nei cantieri non c’è traccia di quel cartello esplicativo che la legge impone. Abbiamo potuto comunque appurare che in un caso (il condominio) è stata presentata una «Scia» per lavori di manutenzione straordinaria del lastrico solare, mentre per l’ex Istituto Sacro Cuore il Comune ha rilasciato un «permesso di costruire» perché gli interventi sono ben più poderosi: dell’edificio resterà in  piedi  la facciata (vincolata dalla Soprintendenza), ma cambierà anche la sua destinazione, come ci conferma l’architetto e restauratore Gianni Vincenti che firma il progetto della trasformazione della scuola religiosa in complesso residenziale  con uffici.

Ci spiega l’assessore comunale all’Urbanistica, Elio Sannicandro, che entrambi gli edifici sono stati dichiarati «non sostituibili» e che comunque questi cantieri edili sfuggono al vincolo paesaggistico (provvisoriamente già operativo) perché le comunicazioni e i permessi risalgono ad un’epoca in cui non c’era ancora la tanto contesta determina regionale. Il palazzo per civili abitazioni ha evitato l’esame della commissione paesaggistica solo per un paio di settimane, ma i lavori sono stati in ogni caso autorizzati dalla Soprintendenza che si riserva di dare indicazioni precise circa la pavimentazione.

Diverso è il caso del Sacro Cuore dove la conservazione di una facciata a fronte di una  trasformazione degli interni ripropone il tema del cambio di destinazione d’uso degli edifici in un centro storico. Vale la pena salvare la maschera di una architettura quando poi con la demolizione e ricostruzione del suo corpo  (ancorché deformato dalle superfetazioni) si produce uno sbilanciamento in danno ai servizi e a tutto vantaggio dell’ulteriore incremento degli spazi per la residenza in un quartiere già densamente abitato? L’occasione è utile per riflettere sul fatto che un vincolo paesaggistico non dà sufficienti garanzie sul fronte della riqualificazione sociale e urbanistica del centro storico. Anzi può essere la subdola leva per una sua trasformazione in «parco a tema», dove l’autentico e il falso non si distinguono più mentre la contemporaneità è  bandita per sempre.

In fondo, a questo fine spinge l’idea di comprendere nel vincolo ogni edificio costruito prima del 1942, così escludendo dalla tutela tutte le significative opere della seconda metà del Novecento che sono ben più meritevoli di protezioni rispetto a tanti edifici fatiscenti e privi di qualsiasi intrinseco valore.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 10|04|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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