PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_03_2013

L'edificio progettato da Annamaria Calò e Nanna

L’edificio di via Caldarola progettato da Annamaria Calò e Grazia Nanna con, in primo piano, la veranda abusiva (Foto Nicola Signorile)

Brutte verende e bellezza da palazzinari _ Japigia, il Pirp perde qualità

L’hanno fatto! Hanno chiuso con la veranda una loggia al primo piano dell’edificio popolare nuovissimo, appena consegnato in via Caldarola. Tempo un mese o due, spunteranno verande anche al terzo piano, e poi al quinto. Una diversa dall’altra, naturalmente. E così se ne va a rotoli tutto lo sforzo di qualità edilizia espresso con il Pirp di Japigia, tanto che per questi progetti sono stati segnalati nel Premio Apulia per la qualità dell’architettura i giovani architetti Antonella Calò e Grazia Nanna, applauditi alla Biennale di Venezia.
Ora, per impedire che una veranda cancelli la qualità onestissima e pulita dell’architettura di una edilizia popolare ancora fresca di calce basta esercitare i controlli e applicare le sanzioni già in vigore. Basta mandare i vigili urbani con un ordine di demolizione e di ripristino. Insomma non serve invocare altre norme speciali né sperare nelle capacità taumaturgiche di una nuova legge sulla bellezza, per la quale si organizzano da mesi convegni e vetrine.

Anzi del concetto di bellezza in architettura (e in arte, in generale) diffidiamo assai. L’ultima volta che l’abbiamo vista maneggiare  correva l’anno 1930. «A noi che attraversiamo un momento di così stupefacente risveglio (…) sarà riservato di rivedere tutto il movimento architettonico universale, e di additare, ancora una volta, la via più sicura per ritrovare la Bellezza»: così concludeva il suo scritto «Architettura d’oggi» Marcello Piacentini, accademico d’Italia, lo sventratore di Roma e di altre città italiane nonché autore con Alberto Calza Bini del catastrofico Piano regolatore di Bari del 1952 che ancora oggi continua a produrre i suoi nefandi effetti. Imbarazzante, vero?
La definizione che abbiamo dato la settimana scorsa della «legge sulla bellezza» proposta da Legambiente e sostenuta da una pattuglia di sindaci, Emiliano in testa, come di una legge da palazzinari ed espressione della cosiddetta «sinistra immobiliare» ha fatto sobbalzare alcuni  affezionati lettori di questa rubrica. Dobbiamo loro una spiegazione.
La finalità del disegno di legge è la seguente: «La bellezza è un patrimonio del Paese e una fondamentale forma di espressione della sua identità e cultura da tutelare e promuovere». Nulla di più dell’articolo 9 della Costituzione. Anzi qualcosa di meno grazie all’evanescenza di un altro ambiguo e scivoloso concetto: quello di identità.
Ma per riconoscere la vocazione palazzinara della legge – il suo aspetto più pernicioso – bisogna andare all’articolo 3 («Tutela del suolo e contenimento del consumo») e al successivo articolo 6 («Contributo per la tutela del suolo e la rigenerazione urbana»).
Poiché il governo di Angela Merkel (di centrodestra) ha fissato per il 2020 l’ambizioso obiettivo del consumo zero di suolo in Germania, ci saremmo aspettati che un disegno di legge di sinistra  proponesse qualcosa di analogo. E invece l’articolo 3 dà per scontato che la «risorsa suolo» debba essere ulteriormente sperperata e allora tanto vale almeno far pagare qualcosa: «La trasformazione dello stato dei luoghi causata dall’espansione delle aree urbane è suscettibile di contribuzione in ragione dell’impatto che determina sulla risorsa suolo».
A quanto ammonta il contributo che il palazzinaro dovrà pagare? Lo dice l’articolo 6: «Esso è pari a tre volte il contributo relativo agli oneri di urbanizzazione ed al costo di costruzione nel caso in cui l’area sia coperta da superfici naturali o seminaturali», diciamo boschi, macchie o foreste. E se invece si tratta di un orto o di un campo agricolo, o anche solo di uliveto non più coltivato? Allora è ben più conveniente: «due volte il medesimo contributo». Ma se si tratta di un’area urbana da riqualificare non c’è nessun contributo da versare. E nemmeno c’è da pagare se il terreno su cui costruire rientra in uno dei quegli accordi da urbanistica contrattata per cui è imprevisto lo sconto degli oneri di urbanizzazione. E se il proprietario dei suoli non ha soldi? Nessun timore: il contributo «può essere sostituito, previo accordo con il Comune con una cessione compensativa di un’area, e il corrispondente vincolo a finalità di uso pubblico per la realizzazione di nuovi sistemi naturali permanenti (…). Tale area deve essere di dimensione minima pari alla superficie territoriale dell’intervento previsto».
Uno scambio che assomiglia molto ai crediti edilizi che hanno messo in ginocchio città come Roma con l’impossibile commercio di suoli e di volumetrie. Anzi, a ben guardare sono proprio loro: i crediti edilizi.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 27|03|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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