Intervista a Bruno Gabrielli

Bruno Gabrielli

Bruno Gabrielli

L’urbanista Bruno Gabrielli ha vinto – con il gruppo di progettisti che dirige – l’incarico di formare il Pug, cioè il nuovo piano regolatore di Bari, quarant’anni dopo Quaroni. In questa intervista spiega come intende fare.

Architetto Gabrielli, conosceva Bari prima di questo incarico?
«Non è  una città che si possa ignorare».
E che idea se ne è fatta?
«Conosco Bari da genovese: qualche affinità esiste. Entrambe città portuali, con gli stessi problemi. In passato vedevo un centro storico desolante, invece oggi lo ritrovo assai vitale».
Quando dice centro storico si riferisce a Bari vecchia?
«Sì, certo… Poi c’è stato il progetto straordinario del Murattiano».
Cosa c’è di straordinario?
«È la modernità assoluta. Nel momento in cui le città uscivano dalle loro mura e non sapevano che fare, qui invece si è saputo operare  con precisione. Poi questa spinta è continuata e ancora oggi Bari è una città moderna e contemporanea, piena di fermenti. Insomma, mi sembra una città ricchissima».
Condivide l’idea che i quartieri Murat, Libertà e Madonnella  siano un centro storico?
«Se si intende un’area urbana su cui occorre avere una solerte e attenta valutazione dei valori e quindi  fare in modo che questi valori invece che peggiorare migliorino, allora questo è centro storico. Ma dire centro storico obbliga già ad una iniziativa: non esiste storia senza contemporaneità. Altrimenti, è la sua negazione.
Altrimenti è città come opera d’arte, museo di se stessa?
«Ma la parola museo non dice tutto del rischio che si corre. Afferma l’antropologo francese Marc Augè che una lingua che non si rinnova è una lingua morta. Accade la stessa cosa per i centri storici».
Non apprezza dunque l’iniziativa della Soprintendenza  per imporre un vincolo paesaggistico diffuso sui quartieri centrali di Bari?
«È una idea sbagliata. Certo, i vincoli sono gestiti e possono anche comportare innovazioni e cambiamenti, per carità… Ma nel momento in cui noi viviamo con ferocia questa imposizione  della burocrazia che sta rovinando il nostro Paese dalle fondamenta…  proprio  in questo momento andiamo ad imporre un vincolo? È gravissimo. Adesso,  con il Piano urbanistico che faccio? Devo mettermi a  battagliare contro il vincolo? Mi sembra un’idea balzana».
I cittadini si chiedono ora come sarà il nuovo piano urbanistico. Quale immagine della città ne verrà fuori?
«Il piano sarà esattamente  quello indicato nel Dpp, il documento programmatico preliminare. Rispetto al piano Quaroni, il Pug si pone un problema inedito: gestire la città contemporanea, gestire l’esistente. Le innovazioni  possono migliorare questa situazione. L’innovazione può essere micro (e va controllata come tale) oppure in qualche caso può esserci l’ipotesi di trasformazioni più ampie».
Facciamo un esempio?
«Si tratta delle trasformazioni che riguardano i bisogni della città. In primo luogo, il mare. Vedo che i baresi hanno finora ignorato il mare, proprio come hanno fatto i genovesi. Ma  il mare è la ricchezza e la riconquista della costa è fondamentale».
Come intendete raggiungere questo obiettivo?
«Ampliando il più possibile la balneazione lungo la costa, incentivando le destinazioni al tempo libero e trasformando l’area portuale: ha grandi possibilità ma mi sembra che sia tutto fermo».
C’è  una chiusura antica dell’Autorità portuale verso la città. Ci provò quarant’anni fa anche Quaroni, ma lo fermarono sulla soglia. Avrete voi la forza per riaprire la partita?
«La pianificazione  urbanistica è un atto  politico e l’urbanista è solo lo strumento tecnico della politica. Non dimentichiamo che nell’urbanistica più del sindaco e dell’assessore conta il consiglio comunale per il quale forse  non c’è stato sufficiente rispetto in Italia. Qui dobbiamo fare in modo che il consiglio, quando il piano arriva in  aula, sia già stato informato. È importantissimo».
In quanto tempo sarà pronto il vostro piano?
«Stiamo firmando un contratto che ci impegna a consegnare il lavoro entro 14 mesi. Abbiamo tutta l’intenzione  di rispettare  questa scadenza».
Diceva dei bisogni della città, ma ha parlato solo del mare…
«Un altro bisogno è che la città funzioni, quindi infrastrutture e  mobilità. Da questo punto di vista la situazione non è drammatica, ma Bari può funzionare meglio evitando le interferenze fra il traffico  portuale e quello cittadino».
L’amministrazione comunale ha già  un  progetto per la  camionale.
«Si possono studiare delle alternative».
Il piano Quaroni era impostato sugli assi e sulle mediane. Ora nel Dpp l’asse Nord Sud (realizzato come una autostrada) viene riportato all’idea originaria di un boulevard. La terza mediana bis invece (realizzata per un decimo) nel Dpp viene ridotta e interrotta, senza più collegarsi alla autostrada.
«Esatto. E condivido pienamente. Nel vecchio piano c’era un eccesso di viabilità. Un grande problema è come rendere più ecologica una città in cui il verde consiste in piccole macchie e soprattutto non è connesso. Le strade devono servire anche  a  collegare il sistema del verde. Anticipo ora  un’idea del tutto inedita, anche per gli altri componenti del mio gruppo: nel Pug ci sarà una norma che obbliga a piantare un albero  per ogni cento metri cubi costruiti. E dove piantarlo e di quale essenza  lo decideremo noi nel piano del verde che in questo senso sarà estremamente preciso».
Nel Dpp si prevede anche il parco delle lame, che nasce dalla inedificabilità dei suoli per effetto della legge Galasso.
«Le lame sono viste dagli ambientalisti e dalla Soprintendenza come un problema di vincolo. Ma così non va assolutamente bene: le lame sono una  ricchezza. Non si possono lasciare lì perché sono vincolate. La lama Balice, che ho visto in questi giorni, è un paesaggio straordinario da valorizzare».
Ma in Italia, e soprattutto a Bari,  si dice valorizzazione e si legge costruzione.
«Lo so bene, infatti è un termine degenerato… Chiamiamolo diversamente, ma il problema è questo: i beni ambientali devono essere riconosciuti e utilizzati. Se non entrano nell’animo del cittadino, se non sono vissuti  come appartenenza, non c’è modo di  mantenerli».
Arriviamo al punto: tra parco delle lame e parco della costa bisognerà cancellare 15 milioni di metri cubi promessi dal vecchio piano regolatore. Come intendete fare?
«Esiste una giurisprudenza accertatissima per cui un nuovo piano può cancellare le volumetrie previste nel precedente. Ma esiste anche un problema, diciamo così, di equità determinato dal fatto che per questi suoli nel corso degli anni i proprietari hanno pagato l’Ici. Probabilmente. In questo caso sì che hanno un diritto da vantare, anche se si può immaginare un trasferimento delle opportunità, con una  forte drastica riduzione».
Sta parlando dei  crediti edilizi?
«Sì. Sono tanti i meccanismi  inventati negli ultimi anni in Italia. Alcuni funzionano,  altri meno».
A Roma i crediti edilizi si sono rivelati una minaccia incombente sulla città. Una catastrofe urbana.
«Infatti, bisogna stare ben attenti ad adottare i sistemi giusti».
Non crede che sia una grave responsabilità per l’urbanista trasformare una pretesa in un diritto attraverso  una norma che ipoteca il futuro delle città?
«L’introduzione di questo meccanismo di per sé non è né buono né cattivo. È la sua gestione che conta. A Roma, l’applicazione si è rivelata un boomerang. Ma su questo non mi pronuncio, perché non ho ancora idea di come riusciremo a sbrogliare la matassa».
Il piano Quaroni è considerato l’ultima grande narrazione del Disegno urbano, il piano che inventava la città policentrica impostata sulle grandi infrastrutture capaci di generare anche la forma architettonica, determinare la qualità dell’edilizia e dello spazio pubblico. In gran parte, una illusione. Quali strumenti pensate allora di introdurre nel Pug per controllare la qualità dell’architettura?
«La nostra impostazione è determinata dall’esperienza: abbiamo capito che il piano, se non incorpora la gestione, è lettera morta. La qualità si controlla individuando esattamente le quantità nella loro forma tridimensionale, in sostanza è il tema delle distanze e delle altezze, su cui il piano deve essere molto preciso. Un’altra cosa che abbiamo capito è che non possiamo accontentarci di dare norme di carattere generale, ma esse devono essere esattamente riferite ai luoghi. Per cui il problema del vincolo, da cui siamo partiti, va risolto appunto individuando cosa fare situazione per situazione, fino al singolo edificio».
Il secondo aspetto?
«È la definizione esatta dei comportamenti che deve avere il progettista. Non più le prescrizioni, che non servono a niente, men che meno quelle stupide come i materiali da usare. Invece il progettista deve dare risposte ai problemi. Deve assumersi la responsabilità di dare il meglio di sé, di esprimere le sue qualità d’artista».

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 24|03|2013, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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