PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 13_03_2013

Il Palazzo della Provincia

L’illuminazione tricolore del Palazzo della Provincia

Staccate la spina alla torre psichedelica _ Le luci tricolore alla Provincia

Sabato prossimo saranno due anni esatti che il campanile della Provincia sia accende alla sera di una luce tricolore. Dappertutto in Italia il 16 marzo 2011 alcuni significativi monumenti e antiche sedi istituzionali furono inondati da potenti fasci di luce colorata: bianca, verde e rossa. Una maniera per celebrare il 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia,  forse la più riuscita, considerando i gravi ritardi istituzionali e i boicottaggi dei leghisti di governo ai programmi ufficiali. A Bari anche il prospetto di Palazzo di Città (e quindi del teatro Piccinni) ebbe la sua accensione patriottica. Poi, passata la festa, le lampadine risorgimentali furono spente. Ma non quelle piazzate sul campanile della Provincia.

Ora qualcuno si chiede cosa si aspetti a staccare la spina. In effetti, non c’è motivo per prolungare una performance illuminotecnica che aveva senso solo in quel contesto celebrativo, giustificando così una incontestabile violenza al monumento – il palazzo della Provincia – ed una limitazione del cittadino a godere della sua architettura e dei valori paesaggistici – il panorama del lungomare – che sono peraltro tutelati dallo Stato in quanto beni culturali.

L’illuminazione dei monumenti non può essere affidata all’estro di qualche assessore o alla fantasia degli elettricisti. Da quando il ciclo vitale delle città ha conquistato anche la notte, si è posto il problema di come illuminare lo spazio urbano, in che modo segnalare le emergenze architettoniche rispetto al tessuto urbano, come coniugare le ragioni della sicurezza con quelle della difesa del bene culturale anche dal degrado della sua stessa immagine.

La sede della Provincia è, nella palazzata fascista del lungomare, un edificio ancora legato alla tradizione eclettica e storicista (in questo caso neo-rinascimentale) del primo Novecento, in aperto contrasto con architetture realizzate nello stesso luogo e negli stessi anni in un linguaggio moderno. Per esempio, la caserma dell’aeronautica (IV Zat). È da notare che entrambi gli edifici hanno la firma dell’architetto Saverio Dioguardi: nel primo caso accanto a quella di Luigi Baffa, nel secondo insieme a quella di Aldo Forcignanò. Il primo edificio porta la data del 1932, il secondo è del 1935. Dioguardi passava con disinvoltura da uno stile all’ altro, a seconda del mutare capriccioso della committenza e se la progettazione si protraeva  di qualche anno, abbandonava volentieri colonne e capitelli in favore di allegorie futuriste, come avvenne per il Circolo Barion, nato appunto nel 1934  .

Anche in questa vicenda professionale che tanto ha influito sulla immagine della città e la sua metamorfosi negli anni Trenta stanno le buone ragioni (storiche, prima che estetiche) di una tutela del bene che consiste nel suo riconoscimento culturale come atto collettivo, civico. Ma  qui siamo addirittura al riconoscimento ottico, alla possibilità di «vederlo» nella sua autenticità per apprezzarlo.

Siccome conviene sempre riferirsi a chi ha già fatto esperienze, è bene guardare  ai fiorentini, il cui centro storico dal 1982 è patrimonio dell’umanità. Il Comune di Firenze si è dotato di un piano di illuminazione pubblica la cui relazione tecnica si diffonde nell’indagine conoscitiva  (i palazzi, le piazze, i ponti, le chiese) per arrivare a individuare i percorsi percettivi e definire un nuovo approccio oggettivo al progetto illuminotecnico. Tra gli altri aspetti, «occorrerà tenere conto – dice il piano fiorentino – che il colore della luce artificiale modifica la percezione di un oggetto originariamente visto in luce naturale».

Il piano, volendo preservare la percezione del patrimonio monumentale, si appoggia alle «considerazioni fotometriche oggettive che possono essere misurate e che stanno alla base dell’osservazione». Il criterio oggettivo è il contrasto tra la luminanza dell’oggetto e quella dello sfondo. In che modo questa equazione è stata valutata per tinteggiare nottetempo la torre dell’orologio della Provincia? A noi sembrano gli effetti speciali di una discoteca anni ’90 sulla riviera romagnola: il verde sembra un ciano molto acido, il rosso invece un magenta con forti riflessi violacei. Diciamo, più psichedelico che irredentista.

Alla faccenda non può essere indifferente la Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio che vuole applicare un «vincolo diffuso» ai quartieri centrali di Bari, tra cui Madonnella, dove ha domicilio il palazzo della Provincia. Nell’attesa di un progetto illuminotecnico adeguato, se non proprio di un piano dell’illuminazione pubblica, meglio il buio.

NICOLA SIGNORILE

Annunci

Pubblicato il 13|03|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: