PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 13_02_2013

palazzo MonteleoneLa città pubblica venduta sottocosto _ Villaggio Trieste e Murattiano, stessa sorte

Il «Giorno del ricordo», domenica scorsa, ha riacceso l’attenzione sul «Villaggio Trieste», costruito fra il 1953 e il 1956 per dare un tetto ai profughi giuliano-dalmati. Per decenni, in quelle 27 palazzine ha vissuto una comunità compatta, in scarse relazioni con la città, oggi ridotta ad una minoranza: «I baresi si sono impossessati del nostro villaggio», dice chi  è rimasto.

La stessa commissione edilizia che approvò il progetto degli «alloggi per profughi» presentato dello Iacp esaminò pure la richiesta di demolizione di un edificio in via Sparano, che allora si chiamava via Vittorio Veneto. Istruttiva coincidenza, perché si tratta di due decisioni speculari: nel primo caso, via libera alla speculazione fondiaria; nel secondo, nulla osta alla speculazione immobiliare; nel primo caso, insensato consumo di suolo e frammentazione urbana, nel secondo dissennata densificazione del centro murattiano.

Due decisioni esemplari della gestione della città al tempo di Calza Bini e Piacentini, gli architetti romani chiamati a seppellire il piano regolatore di Concezio Petrucci e a creare le basi di quella privatizzazione dello spazio pubblico che sarà una costante delle vicende urbane della seconda metà del Novecento barese. E non pare che vi sia ancora una inversione di tendenza: la recente costruzione di appartamenti per le forze dell’ordine (i cosiddetti Art. 18) in aree destinate dal piano regolatore ai servizi, al verde e all’agricoltura ne è una  plastica rappresentazione.

Ma torniamo a quella torrida estate del ’53 e alla riunione della commissione edilizia. La Rinascente, che nel frattempo ha preso il nome di Upim, vuole allargarsi. Il palazzo progettato da Federico Rampazzini nel 1924 e realizzato demolendo due edifici ottocenteschi, confina su via Sparano con palazzo Monteleone. È un edificio costruito secondo le regole del Gimma: impaginato a partito binario, piano terra con portone e locale commerciale, due piani per abitazioni con due coppie di finestre e singoli balconi. Poi, agli inizi del secolo scorso, la sopraelevazione di un piano che si distingue appena per una discreta decorazione sull’architrave delle finestre.

Il palazzo dev’essere demolito per far spazio ad un edificio in cemento armato con destinazione commerciale. La Rinascente affida il progetto all’ingegner Giuseppe Signorile Bianchi: rigorosa partitura modulare, due vetrine alla strada, pensilina aggettante, nessun balcone, quattro finestre al primo  piano, due finestre doppie ai tre piani superiori.

Signorile Bianchi vuol raggiungere l’altezza del palazzo di Rampazzini, ma in commissione edilizia l’ingegner Giuseppe Garibaldi impone almeno la cancellazione del terzo piano, allineando così il nuovo fabbricato al superstite edificio ottocentesco in «aderenza». È un moto di resistenza alla speculazione dei volumi basato su ragioni architettoniche e oggi potremmo dire «paesaggistiche»: difendere per quanto possibile il rapporto  – stabilito negli Statuti Murattiani – tra l’altezza degli edifici e la larghezza della strada: in quel rapporto di igiene (la luce, l’aria, l’affollamento) consiste lo spazio pubblico, appunto.

Intanto in periferia sta per nascere un quartiere a ridosso dello Stadio della Vittoria. L’area è destinata a impianti sportivi, ma Calza Bini dà il suo consenso al progetto dello Iacp finanziato dallo Stato  in base alla legge 137 del 1952, e in particolare all’articolo 18 (che coincidenza!) che autorizza la variante al piano regolatore per «pubblica utilità». Gli alloggi – affidati in gestione allo stesso Iacp – devono essere assegnati ai profughi. Ma dopo i primi anni, già circola la voce che quegli appartamenti potranno essere riscattati dagli assegnatari. A partire dal 1963 lo Iacp viene  inondato dalle domande. Non si sa che fare, mentre i notabili della Democrazia cristiana si impegnano a scrivere raccomandazioni e a caldeggiare interessamenti. La Dc cavalca il «sogno della casa» che porterà gli italiani a desiderare a tutti costi una proprietà immobiliare. Un sogno che genera voti.

Si muovono i ministri. L’intendenza di finanza e il Genio Civile si sentono assediati, cercano di   resistere a questa svendita del patrimonio pubblico, ma a Roma si decide di vendere. A che prezzo? Braccio di ferro tra il ministero dei Lavori pubblici e quello dell’Interno. Anche se nel frattempo sono passati quasi vent’anni, alla fine si decide di cedere gli appartamenti ad un prezzo pari alla metà del costo di costruzione: quelli più grandi saranno riscattati per meno di un milione di lire.

Un affare, insomma, come  quello che fece chi due secoli fa prese a censo (cioè in fitto) il lotto  nel nuovo borgo murattiano sul quale edificare il proprio palazzo con bottega. E poi riuscì a diventare proprietario anche della superficie.

La privatizzazione (a buon mercato) del patrimonio  pubblico – siano terreni oppure alloggi popolari – è una antica abitudine barese.

NICOLA SIGNORILE

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Pubblicato il 13|02|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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