PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 23_01_2013

Vittorio Chiaia«Ci vuol coraggio per far svettare allegri grattacieli» _ Intervista impossibile a Vittorio Chiaia

«La scacchiera del Murattiano? È opprimente nella sua monotonia». Altro che vincoli diffusi e divieti di demolizione. L’architetto Vittorio Chiaia non usa mezzi termini. «Non ho mai sopportato – dice – i luoghi comuni né arretrato sui miei convincimenti, quand’ero in vita. E figuriamoci ora!». Evocato – è proprio il caso di dirlo – dal fantasma di Bruno Zevi nella intervista impossibile apparsa mercoledì scorso in queste pagine, l’amabile spirito dell’architetto più «americano» che Bari abbia mai avuto (è scomparso 10 anni fa) smentisce la fama di burbero e accetta sorridendo di affrontare un colloquio non improbabile.

Architetto, il nome dell’urbanista che dovrà formare il nuovo piano di Bari è ancora avvolto nella nebbia. Intanto però la Soprintendenza ha chiesto alla Regione Puglia di vincolare tutto il centro storico: non solo la città vecchia, ma anche il Murattiano, Libertà e Madonnella. Una pesante ipoteca sulle scelte future,  vero?

«Siamo del tutto fuori strada. Non esiste “centro” senza il suo territorio e noi abbiamo il dovere di saper prevedere con estrema lungimiranza i nuovi rapporti città-campagna e di rimettere in discussione l’intero concetto di città, come organismo e come forma, alla luce degli attuali rapporti fra industria e agricoltura, lavoro e tempo libero, potere e democrazia».

Lei dunque non crede che il centro storico di Bari abbia bisogno di una tutela? 

«Estremamente controverso è l’atteggiamento verso il problema della difesa dei centri storici, monumenti insostituibili della nostra cultura».

Ah, dunque concorda con il soprintendente!

«Ma io parlo di Bari vecchia, non del Murattiano o del Libertà».

Anche questi sono quartieri storici, tuttavia.

«Ma sono oggetto di interventi dissociati. Di un gioco spicciolo di demolizioni e ricostruzioni, spesso guidato da interessi speculativi più che culturali. Il risultato è stato quasi sempre di congestionarli e snaturarli, attirando un gran volume di traffico e di interessi in un tessuto urbano inadatto a sopportarlo».

E infatti lei ha lasciato un segno indelebile nel Murattiano, demolendo e ricostruendo, con edifici lodati dai critici ma odiati dai nostalgici dell’Ottocento.

«Sempre e solo episodi minoritari, che non hanno sciolto il nodo fondamentale del problema».

E qual è il problema di Bari?

«Purtroppo gli interessi dei negozianti e dei proprietari degli immobili del borgo murattiano, ingiustificatamente e miopemente in allarme per ogni proposta che prospettasse l’allontanamento della stazione da piazza Moro hanno sempre trovato i loro naturali difensori, a scapito  degli interessi generali della città».

Ah, ecco: il fiume di ferro!

«È motivo di grande amarezza il constatare quanto poco i baresi amino la loro città e con quanta superficialità gli organi amministrativi e politici della città abbiano portato avanti la soluzione del problema ferroviario. Devo ricordare che dopo un periodo di grande entusiasmo e sostegno, persino il Partito socialista a cui mi onoravo di appartenere, abbassò la guardia e si accodò alle cosiddette scelte della maggioranza. E ciò fu una delle cause della mia rinuncia all’attività politica. Persino Rino Formica passò all’altro fronte e quando diventò ministro dei Trasporti prese a dichiarare che le stazioni devono rimanere in centro».

Ma ormai c’è l’accordo sul nodo ferroviario. Non le va giù?

«Dopo mezzo secolo, la mia opinione non è cambiata. Il degrado del Murattiano è prodotto della mancanza di coraggio e determinazione nel risolvere il problema con uno spostamento della stazione centrale al margine del quartiere Libertà. Per realizzare un parco urbano  sui suoli liberati dai binari, un grande spazio verde attraversato da marciapiedi mobili e i parcheggi perimetrali».

Torniamo al Murattiano e al Libertà: che si può fare? 

«Ci vuole un coraggioso piano regolatore che elimini le assurde limitazioni e consenta alle nuove costruzioni di svettare allegramente nel cielo, bilanciando le nuove cubature costruite con nuovi spazi liberi sistemati a verde, demolendo vecchi edifici fatiscenti».

Ma così si snatura il disegno ordinato degli isolati…

«E allora? Bene! Si riduce  l’opprimente monotonia della originaria scacchiera murattiana».

Dunque, mano libera: la chiedono i proprietari e i costruttori.

«Tutt’altro. Non è più pensabile di demandare essenzialmente all’inziativa privata la soluzione di problemi che solo una visione ampia di tutela dell’interesse pubblico può risolvere».

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 23|01|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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