PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 16_01_2013

Vista notturna del Palazzo Sgpe, ex sede dell'Enel

Vista notturna del Palazzo Sgpe, ex sede dell’Enel

«Il mondo di ieri serve solo all’accademia» _ Intervista impossibile a Bruno Zevi

Azzanna la pipa mentre parla tra i denti e gesticola assai. Con le mani squadra lo spazio davanti sé e guarda all’insù. Non c’è dubbio che sia lui, però un fantasma col papillon non s’era mai visto: nonostante sia scomparso già da tredici anni, Bruno Zevi è puntualissimo all’incontro. Dapprima riluttante, ha accettato di rilasciare questa intervista impossibile dopo aver letto quelle precedenti a Vittore Fiore e a Michele Cifarelli, con il quale aveva condiviso la militanza nel Partito d’Azione. A differenza di Fiore, Bruno Zevi un architetto lo è davvero, anzi professore e critico dell’architettura.

Professor Zevi, cosa pensa del vincolo diffuso che la Soprintendenza vuole applicare ai quartieri centrali di Bari?

«Sciocchezze. Nonostante le analogie, la città non si può né vincolare né tutelare come se fosse un singolo edificio».

Cosa lo impedisce?

«La città non è un’entità immobile, può cambiare veste. Ma l’operazione è efficace quando vi sia un organismo spaziale da rinvigorire; altrimenti, è un rimedio evasivo».

Chi vuole il vincolo sostiene che il quartiere murattiano e insieme il Libertà e Madonnella siano un bene paesaggistico  da difendere da demolizioni e ricostruzioni che ne farebbero perdere i caratteri identitari. Non è d’accordo?

«Nello scenario di Bari hanno dominato edifici pubblici di una mediocrità impressionante. Dalla tetra sequenza dei “monumenti” fascisti che opprimono il lungomare alle recenti strutture per banche ed enti statali, non si raggiunge nemmeno il livello del decoro. Progetti redatti da uffici tecnici anodini o da professionisti romani che sfruttavano il Mezzogiorno come se fosse una colonia».

Non salva proprio nulla?

«Altroché!  Molti edifici contemporanei sono di grande interesse. Alcuni sono stati anche recensiti sulla mia rivista L’architettura Cronache e storia: i lavori di Sangirardi, di Pezzuto, di Cirielli e di Mangini. Ecco, per esempio, bisognerebbe vincolare il palazzo Sgpe».

Intende quello che era sede dell’Enel e che ora l’università sta ristrutturando?

«Sì,  quello in via Crisanzio».

E cos’ha di speciale?

«Con quell’edificio la Società generale pugliese di elettricità nel 1957 ha determinato una svolta, riconoscendo che esistono in loco architetti competenti e qualificati: Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano allora avevano appena toccato la quarantina ma il loro curriculum era già ricco di pregevoli realizzazioni».

Ma quel palazzo, poiché è stato costruito dopo il 1952, è escluso dal vincolo. È architettura contemporanea…  Sa, il Codice dei beni culturali…

«E invece è una delle poche cose che conviene salvare perché costituisce un atto di rottura».

In che senso?

«Il borgo murattiano è caratterizzato dall’originale scacchiera stradale, chiusa marginalmente da un’insopportabile edilizia commerciale. Con quell’edificio, nessun problema di ambientamento; occorreva anzi spezzare l’impianto tradizionale, segnando un punto di partenza per la creazione di un ambiente nuovo. Obiettivo pienamente raggiunto. Paragoniamo le mascherate fasciste a queste opere realizzate nel dopoguerra: il bilancio indica un decisivo progresso».

Per caso o per necessità,  un colpo di spugna sul passato.

«Senza un’arte contemporanea che funga da filtro, il passato serve a poco o serve all’accademia».

Lei dunque preferisce l’odiato anticorodal e le facciate continue di vetro al mite neoclassicismo del Murattiano delle origini?

«Tutto appare “pseudo” nell’architettura come nell’urbanistica ottocentesca, benché quest’ultima sia ricca di proposte e nobili realizzazioni».

Dunque, ne conviene: in fin dei conti anche il murattiano è da tutelare nel suo insieme.

«Ma non esiste più, perbacco! Il murattiano è stato poi sfigurato dalle banditesche imprese della speculazione; fino al diffuso vandalismo del dopoguerra, il cui prodotto più sgargiante è fornito dal grattacielo Motta. Come dicono i miei amici Marcello Petrignani e Marina Ruggiero: emblema rappresentativo di un fenomeno che ha effettivamente cambiato il volto di Bari».

Quel grattacielo, su cui da tempo non c’è più l’insegna al neon della Motta, fu progettato da Vincenzo e Luigi Rizzi, ma dietro c’era la mano di Marcello Piacentini, autore con Alberto Calza Bini del piano regolatore di Bari del 1952. 

«La figura di Piacentini non rientra nella storia dell’architettura moderna e perciò eviteremo di parlarne».

NICOLA SIGNORILE

Pubblicato il 16|01|2013, in Piazza Grande con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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