Archivio mensile:dicembre 2012

“Le cose che sono il luogo”

monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)

Monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)

< […] Fernando Tàvora ci accompagnò in  un sopralluogo e disse: ” L’edificio deve stare qui “. Scelse quel luogo difficilissimo, ma, realmente, fantastico: abbiamo poi vinto il concorso soprattutto grazie a quella collocazione, che nessun altro aveva proposto. La soluzione appare, oggi, ovvia e inevitabile mentre, in realtà, vedere prima è intuizione difficile, possibile solo con l’aiuto di una grande esperienza. In questi primi lavori è maturata la determinante, irreprimibile sensazione che l’architettura non termini in alcun punto, va dall’oggetto allo spazio e, quindi, alla relazione tra gli spazi, fino a trovare compimento nella natura. Questa idea di continuità, che può essere ricca di dissonanze senza mai smettere di esistere, è oggi in crisi e i luoghi naturali, rapidamente, cominciano a soffocare, nonostante sia evidente che l’architettura non ha senso se non in relazione alla natura. >

In queste parole di Alvaro Siza, tratte da “Immaginare l’evidenza” (Editori Laterza | Bari, 1998) si possono attingere alcuni, fondamentali punti fermi del pensiero architettonico “coscienzioso”. L’essenzialità del discorso di Siza già fa riflettere sull’animo particolare con cui si ha a che fare: egli ricorda con ammirazione e affetto il suo mentore, Tàvora, senza ricorrere a retorica o smielataggine, semplicemente raccontando episodi che riconosce essere stati fondamentali per la sua formazione, e i cui dettagli sono così vividi da far percepire il legame stretto con il suo maestro. Ammette la superiorità di Tavora nell’aver saputo vedere-prima, anticipare la visione di un luogo trasformato, pre-vedere la culla ideale per un progetto non ancora nato. Una capacità che presto avrebbe conquistato anche lui.

E ancora, con un tono che ha sempre il tocco malinconico del Portogallo, Siza in pochissime parole stabilisce la relationship tra oggetto e spazio, che lui interpreta come continua: è come se la natura, il contesto, il paesaggio fossero l’insieme di elementi già esistenti, i caratteri che danno l’identità del luogo, ma che non sono fermi nella loro entità. Non sono bloccati. Sono mutevoli.

Mutevoli per loro natura, ma anche per l’aggregazione, l’inserimento di nuovi oggetti: le architetture. Siza lo dice, può capitare di dover progettare in un luogo che presupporremmo rovinato da una nuova architettura; e allora egli pone l’attenzione su come, con estrema sensibilità e onestà intellettuale, si possa immaginare un nuovo elemento inserito nel paesaggio, che dialoghi con esso senza sopraffarlo, rendendo il paesaggio costituito e non solo costituente, come intendeva Heidegger:  < […] le cose non solo “appartengono” al luogo, ma sono il luogo >.

Se questa coscienza fosse appartenuta ai più (costruttori, ingegneri, architetti, …), avremmo più diffusamente a che fare con un approccio progettuale nei confronti del contesto rispettoso e discreto, indice di una trasformazione dinamica ma identitaria dello spazio.

Non avremmo obbrobri sparsi sulle coste e nelle città, non dovremmo girarci dall’altra parte passando vicino a un cantiere. Ma non potremmo, nemmeno, tirare un sospiro di sollievo leggendo alcuni libri, come questo di Siza.

ROBERTA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_12_2012

vittore fiore

Vittore Fiore

“Che monotonia la bella Bari del tempo che fu!” _ Intervista impossibile a Vittore Fiore

Oggi si riunisce la commissione regionale sulla proposta – avanzata dalla soprintendenza ai Beni architettonici – di vincolo diffuso da applicare alle aree centrali di Bari (i quartieri Murat, Libertà, Madonnella, oltre che Bari vecchia). È stato convocato anche chi ha avanzato osservazioni, ma la procedura di «inchiesta pubblica» è aperta a chiunque.
In questa prima riunione verranno nominati gli «esperti» da coinvolgere: storici dell’architettura e urbanisti, specialisti di centri storici e di Ottocento, par di capire. Rincorrendo la curiosità sui nomi in ballo, ci chiediamo quale esperto avremmo visto  volentieri. Camminiamo per via Abate Gimma e ci viene in mente Vittore Fiore, il meridionalista, scomparso 13 anni fa, che si accompagnava con uguale affabilità a poeti e economisti e che accoglieva Bruno Zevi ogni volta che il grande critico piombava a Bari. Fiore non era un architetto ma scriveva con competenza sulla rivista di Zevi. Siamo ancora dentro questi ricordi quando, appena svoltato l’angolo di via Marchese di Montrone, ci si para davanti  proprio lui,  o forse il suo fantasma. Cappottone pesante e lunga sciarpa di lana: non può essere che Vittore! Subito la conversazione scivola sulla città, il piano regolatore, il vincolo della soprintendenza. Dal colloquio, si ricava questa «intervista impossibile», ma assolutamente autentica, che il fantasma ci autorizza a pubblicare.

Vittore Fiore, che fa qui? Non ci va alla riunione sul vincolo, in Regione?
Eh, non mi hanno invitato…
Ma è aperta a tutti, è una inchiesta pubblica!
Sento puzza di bruciato!
Non faccia lo scettico.
È che trovo sospetta la coincidenza tra la discussione sul vincolo e  le prossime celebrazioni del bicentenario della fondazione del Murattiano.
Non è una buona occasione?
No. Si rischia di cadere nella retorica. Il 1813 è l’anno più celebrato dai cronisti locali.
Perché, non le piace il borgo murattiano?
L’urbanistica cittadina, così come si sviluppò da allora, è monotona, convenzionale, nonostante l’impianto arioso. Se c’è in Italia una città che ha avuto uno sviluppo edilizio, anzi tanti sviluppi edilizi, più di Bari, fuori il nome. Eppure, quante occasioni mancate! Di là corso Vittorio Emanuele che taglia come un colpo di spada le due città, la vecchia e la nuova. Dall’altra parte, disordine, soluzioni disparate, una storia di inadempimenti, di piano regolatore in piano regolatore».
Dunque il vicolo è inutile? Non s’è salvato nulla? Non c’è più nulla da tutelare?
Bisogna uscire dall’equivoco. L’architettura provinciale del periodo murattiano una sua semplicità l’aveva, un suo modesto linguaggio. Venne poi la Bari umbertina, neo-classica, da non buttar via, tanto il gusto del tempo nelle mani dei maestri locali diveniva un fatto «nostro».
E allora, cosa non va?
I guai divennero più grossi quando si sfociò nel liberty del teatro Margherita, di Palazzo Mincuzzi e di Palazzo Colonna. Un quarto periodo, il più nefasto, è quello retorico-monumentale-fascista di cui è traccia perenne quel lungomare.
Ma ormai  l’architettura del ventennio fascista è stata rivalutata, anche a sinistra.
Ed è questo che mi preoccupa. Il lungomare a Bari costituisce lo spartiacque tra qualunquisti e democratici, tanto i primi  esaltano la parata, la facciata, a detrimento della soluzione di ben più gravi problemi edilizi, al centro e in periferia.
L’ultima metamorfosi è quella del boom edilizio degli anni Sessanta. Nell’opinione pubblica, è la vera devastazione del Murattiano.
Sì, ci fu un primo disordinato impulso, dominato dal cattivo gusto. Ma poi a poco a poco, ecco venir su i giovani architetti, in polemica con gli anziani, con gli ingegneri, fino ad imporre fra cadute e vittorie, fra compromessi e resistenze, il nuovo gusto.
A quali architetti si riferisce?
Sarò infilzato per qualche nome, buttato giù da me che architetto non sono?
No, non credo. Oppure saremo infilzati entrambi.
E allora dico: Chiaia, Mangini, Tonino Cirielli, Pezzuto, Elena Guaccero, Sangirardi. Ecco dei tecnici che il più delle volte hanno realizzato ciò che avevano in mente.
Comunque, una minoranza. Il resto è deprimente.
Purtroppo sì. L’edilizia di speculazione lascia scarso margine all’applicazione di nuove tecniche. Ma quel che di buono è stato fatto, quello sì, va tutelato.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_12_2012

In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)

In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)

Da Libertà a Murat. La città di Omar e quella di Paperino _ Inchiesta pubblica sul vincolo

Vista dal quartiere Libertà, è tutta un’altra faccenda. E anche il quartiere Murattiano fa tutt’altra figura. Il Libertà è la cattiva coscienza del borgo nuovo. Cresciuto come una moltiplicazione del Murattiano con il suo regime di lottizzazione per isolati allineati e ortogonali, il Libertà è l’immagine di quel che il Murattiano avrebbe potuto essere se la rendita fondiaria e il credito bancario non l’avessero trasformato in un gonfio centro direzionale con molti uffici e tanti negozi, scarsi artigiani e pochi residenti.

Lunedì scorso Francesca Pace, dirigente del servizio Assetto del Territorio della Regione Puglia, ha avviato la procedura di «inchiesta pubblica» sulla proposta di vincolo paesaggistico per i quartieri Murat, Libertà, Madonnella, oltre che Bari Vecchia. Il primo atto è la riunione del comitato regionale, convocata per il prossimo 19 dicembre, che dovrà prendere atto delle osservazioni e nominare un esperto alla guida della fase successiva. C’è già una rosa di nomi e di certo non sarà un barese. Mai come in questo caso – spiega l’assessore Angela Barbanente – ci vuole un occhio esterno, che veda le cose freddamente. E che non sia condizionato – aggiungiamo noi – dai pregiudizi e dalle retoriche.

Nel dibattito che si è sviluppato in queste ultime settimane, il Murattiano ha preso inevitabilmente la scena, Ma è forse nel quartiere Libertà che si gioca la partita decisiva. Lì le demolizioni e le ricostruzioni possono costituire un mercato importante che un vincolo generalizzato – protestano gli imprenditori edili – potrebbe comprimere se non proprio ingessare. E in effetti – riguardo al quartiere Libertà – la proposta di vincolo (sottoscritta anche dal Comune!) appare contraddittoria. Da una parte, inibisce la demolizione di qualsiasi edificio costruito prima del 1942 e prescrive puntigliosamente gli interventi di manutenzione straordinaria. Dall’altra afferma che il quartiere «rimane, nonostante tutto, zona altamente popolata, dove si è stratificata una condizione residenziale oramai di generazioni di cittadini, che hanno prodotto una loro cultura dell’abitare, un loro senso di identità». L’affermazione è di quelle che si approverebbero ad occhi chiusi. Ma, cosa vuol dire identità? Qual è il rischio che si corre a mettere insieme la conservazione (di questo si parla quando si parla di vincoli) e le manifestazioni identitarie?

Corriamo un rischio leghista e xenofobo. E la prova dell’imminenza del rischio è la presenza di Marco Romano oggi a Bari, nel teatro Petruzzelli, dove terrà una lectio magistralis sul tema “La città di Bari opera d’arte?”, per inaugurare il ciclo di manifestazioni per il bicentenario della fondazione del Murattiano. Se il Comune ha deciso di invitare Marco Romano ci sarà un motivo. E ci chiediamo quale peso avrà questo motivo nella strategia di rigenerazione urbana del quartiere Libertà, che è la zona di Bari con la maggiore presenza di immigrati. Romano, nel volumetto intitolato “La città come opera d’arte” (Einaudi) fa appello ai sindaci perché «ricorrano, per ripristinare la bellezza delle loro città, anche alle strade e alle piazze tematizzate di un tempo neppure lontano». Altrove spiega che, per esempio, una Venezia-Disneyland gli sta benissimo.
Ma il punto è: in quartieri come il Libertà, che ne facciamo dei giovani magrebini e delle ragazze gahnesi? Romano non ha dubbi: devono rinunciare alla loro identità. «Quanto poi all’integrazione – scrive – dei nuovi immigrati da fuori Europa, legati da clan intrecciati dal sangue o da tribù legate dalla fede, consisterà forse nel loro sciogliersi in una civitas dove da mille anni questi legami costituiscono una debole sfera privata, ma non hanno corso sociale».  Se non sarà così, «la partita sarà perduta e questa crescente ondata di nuovi arrivati farà delle nostre città il relitto di una civitas aperta, mobile e democratica, un’urbs assediata – come già succede – dalla galassia straniera delle comunità aliene asserragliate nei loro ghetti». Da una parte Omar, dall’altra Paperino.

Nel 2007 il fotoreporter Uliano Lucas ha percorso per settimane le strade del quartiere Libertà con la sua Leica: ha fotografato la bottega del sarto e il phonecenter dei senegalesi, il salone della parrucchiera nigeriana  e il soggiorno dell’insegnante. Della mostra-reportage “La città all’ovest”, nata da quella esperienza, scrive Lucia Miodini nella recente monografia Uliano Lucas (Bruno Mondadori ed., 2012): «Lucas restituisce il caos del quartiere: la sovrapposizione dei segnali stradali e dei manifesti pubblicitari; la disordinata mescolanza di strade e caseggiati. Più di ogni altra cosa dà dignità agli invisibili, accenna alle tante storie che quegli interni raccontano (…). Il lavoro fotografico sulla gestione della città si dimostra un importante contributo critico perché ci fa riflettere sulla vita e sull’abitare».

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_12_2012

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Cresce in città la voglia di essere Disneyland _ Murattiano, c’è odor di plastica

La prossima settimana si aprono ufficialmente le celebrazioni del bicentenario della fondazione del Borgo Murattiano e l’Amministrazione comunale ha chiamato per l’occasione un professore di Estetica a Mendrisio, Marco Romano, a parlare il 12 dicembre sul tema: La città di Bari come opera d’arte? L’idea, che sulle prime appare innocua ed ecumenica, in realtà è alquanto compromettente. Perché lascia intendere che una scelta di campo sia stata fatta e che ora un esercito di zombie, già posti in agguato, sia pronto a spargere sulla città una coltre spessa di melassa e a celebrare il buon tempo antico, ancorché di cartapesta.

Spieghiamoci. Marco Romano è l’autore di un pamphlet, pubblicato da Einaudi nel 2008 e intitolato, appunto, La città come opera d’arte. Il libricino, in cui si discute di periferie e di bellezza, si conclude con un programma politico: «Forse sarà venuto il tempo – scrive Romano – di riscattarci dal disastro di questo mezzo secolo – che sono mai cinquant’anni di débâcle in una vicenda antica di mille anni? – ricorrendo ancora una volta al linguaggio consolidato nei secoli, quello che costituisce la città in un’opera d’arte apprezzabile da tutti, e questo ritorno ci sembra necessario perché la sfera estetica della città è il mondo simbolico pregnante della cittadinanza e la cittadinanza è in Europa – come sosteneva Herder – il linguaggio stesso della propria città». Ma è Romano colui che sulla rivista «Urbanistica», nel 1981 aveva scritto: «La trasformazione di Venezia in una Disneyland potrebbe segnare il passaggio ad un modo di vivere più creativo, più allegro, è più festoso». A ricordarcelo è lo storico dell’arte Salvatore Settis che nel libro Paesaggio Costituzione Cemento, segnala come «il processo di disneyficazione dei centri storici era annunciato da tempo»  e che la nomina di Romano « a membro del Consiglio superiore dei Beni culturali (2009) indica che il trend è ormai vittorioso».

Dunque Romano sembra l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto, in una strategia di ricostruzione retorica del centro murattiano, nella cui direzione (e indipendentemente dalle buone intenzioni) va la proposta di vincolo sui quartieri centrali, al centro delle discussioni di queste settimane.  Al di là delle differenze di strategia tra Soprintendenza e Comune, quel che prevale è il sentimento di vendetta contro quell’ultimo mezzo secolo che Romano non riesce a mandar giù. Ciò che rimane è l’indifferenza rispetto al paradosso che si vuol produrre con questa operazione da chirurgo plastico: la cancellazione di qualsiasi traccia del secondo Novecento.
È  solo un caso – ma forse anche un indizio – che alle riunioni della commissione regionale per il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali abbia partecipato anche l’architetto della Soprintendenza ai Beni architettonici, Emilia Pellegrino, che nel 1983 era tra gli autori di una mostra (e poi di un libro) dal titolo Bari 1950-1980. La guerra dei Trent’anni. Le distruzioni nel borgo murattiano. La sua denuncia degli effetti della «speculazione edilizia, supportata da un forte sistema bancario» che ha condotto alla sostituzione di gran parte del patrimonio immobiliare del centro murattiano non è attraversata da nessuna notazione critica, non c’è la benché minima distinzione tra la pessima edilizia (maggioritaria) e i casi di pregevole costruzione realizzati in quegli anni. Nella galleria fotografica che accompagna le parole di Pallegrino, anzi, sono proprio gli edifici migliori ad essere additati come il morbo che avrebbe sfigurato la città.

Fra i «cattivi» ci sono anche le opere di architettura più belle e importanti presenti nel centro murattiano dal dopoguerra ad oggi. C’è il palazzo Sylos Labini, in via Marchese di Montrone, progettato da Vito Sangirardi; c’è il palazzo Laterza in via Sparano, progettato da Lambertucci; c’è il palazzo Miceli di Chiaia e Napolitano in via Cairoli; c’è il palazzo realizzato in via Argiro 73 e progettato da Onofrio Mangini per la famiglia De Florio. La particolarità di questo edificio, stretto al centro di un isolato, è nella facciata «ripiegata» in spigoli e asimmetrica. Ed è senz’altro per questo motivo, riconoscendovi una delle sue invarianti del Moderno, che un giorno Bruno Zevi in visita a Bari si fermò ad applaudire. Ma abbiamo il sospetto che questi edifici non rientrino affatto nell’idea di «Bari città d’arte» che si va facendo strada.

NICOLA SIGNORILE

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: