Archivio mensile:novembre 2012

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_11_2012

Le invasive biglietterie di Piazza Cesare Battisti

Una spericolata inversione di marcia nel Murattiano _ Oggi nuovo incontro sul vincolo

Se fosse stato già approvato il vincolo paesaggistico sui quartieri storici di Bari, quel lugubre lapidarium che è ora piazza Cesare Battisti non sarebbe mai stato realizzato. Né probabilmente il parcheggio interrato. Eppure la Soprintendenza ai Beni architettonici, che oggi propone il vincolo, all’epoca approvò il progetto del project financing che prevedeva la distruzione del giardino ottocentesco, nonostante le proteste popolari.

Cosa è successo? Perché la Soprintendenza ha cambiato idea? Più che di un cambio di rotta, di una inversione ad U si tratta: al paragrafo 2.2.3 della «Proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area centrale di Bari» (pp. 13 e 14) si legge infatti che: «la riqualificazione e la valorizzazione delle aree verdi, piazze, giardini e aiuole deve essere improntata alla salvaguardia della vegetazione esistente (…) conservando l’impianto delle specie arboree».

La realizzazione dei parcheggi interrati non è esclusa, ma «senza compromettere in alcun modo l’esistenza di alcuna alberatura». Il che, come è noto, non è avvenuto in piazza Cesare Battisti, tanto che la Regione aveva imposto una compensazione di verde il cui costo l’impresa Dec si rifiuta di affrontare. E in ogni caso avrebbe dovuto essere «salvaguardato il disegno architettonico delle piazze» mentre «l’introduzione di strutture di servizio (chioschi, gazebo, dehors, pergolati elementi di arredo…)» avrebbe dovuto avere «il carattere della precarietà e provvisorietà». Ma le  invasive biglietterie del parking, nella loro solida fisicità da villetta,  non hanno certo un carattere precario.

In anticipo di qualche giorno sulla apertura ufficiale della procedura di «inchiesta pubblica», prevista dalla Regione Puglia, oggi pomeriggio si torna a discutere della proposta, attivata dalla Soprintendenza  e condivisa dal Comune di Bari (con successiva dissociazione, ma senza resipiscenza). L’iniziativa è dell’associazione Italia Nostra insieme agli ordini degli ingegneri e degli architetti e al Fai. All’incontro, nel Castello normanno-svevo, parteciperà fra gli altri il soprintendente Salvatore Buonomo. Com’è largamente prevedibile, a catalizzare la discussione sarà il vincolo proposto per tutti gli immobili sorti prima del 1942: dalle prescrizioni sugli infissi all’obbligo di ricostruire tal quale ogni edificio demolito a Murat, come a Libertà e Madonnella, per non dir di Bari vecchia.

Tuttavia, sarebbe sufficiente avere a mente ciò che è avvenuto in piazza Cesare Battisti per capire che la proposta di vincolo non è solo  una minaccia al futuro dell’edilizia (come lamentano gli imprenditori) perché «ingessa il patrimonio immobiliare privato», ma anche un passo avanti rispetto alla consapevolezza del valore civile degli spazi pubblici, senza dover agitare i fantasmi di un  Murattiano largamente perduto. La maturazione del senso comune  forse oggi avrebbe portato i progettisti del parcheggio interrato a fare scelte diverse perché decisioni di questo genere – che si giocano sul terreno del paesaggio – sono sempre il risultato dei rapporti di forza tra potere pubblico e interessi privati. Ma possiamo dire che, a un decennio di distanza, i rapporti di forza siano mutati? Per un indizio positivo (i Programmi di riqualificazione delle periferie, per esempio) ce n’è almeno uno negativo (le case per i poliziotti, per esempio). E il saldo è sempre negativo.

Il giurista Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, è intervenuto di recente sul tema dei beni culturali, della tutela stabilita dalla legge fondamentale della Repubblica, e della loro «valorizzazione», come vuole la novità introdotta a partire dal 2001 nella Costituzione. «Lo sfruttamento eccessivo – dice Flick – della potenzialità economica del bene culturale, l’attenuazione o la scomparsa del vincolo di alienazione o di indisponibilità; il procedimento di silenzio-assenso; la spinta ai condoni e alle sanatorie; l’indifferenza agli abusi edilizi, alle alterazioni estetiche del paesaggio e dei centri storici; la perdita del ruolo dello Stato: sono tutti indici del rischio di indebolimento, se  non di disperdere una tradizione centenaria di prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato. Occorre evitare una “controriforma” sbilanciata soltanto sull’efficienza e sulla logica di sfruttamento».

Ma la “controriforma” passa oggi innanzitutto  attraverso la giustizia amministrativa, le sentenze dei Tar e le decisioni del Consiglio di Stato. Dove si disputa un impari duello tra i principi evocati da Flick e i diritti invocati dall’interesse privato

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 21_11_2012

La stazione di Varsavia centrale.

A <Baricentrale> il postino suona due volte _ Il concorso e il parco alla Rossani

Occhio alla cassetta della posta. Ci saranno novità da Carrassi. I dieci gruppi di progettisti, scelti dalla commissione che si riunisce a partire dal prossimo 6 dicembre per il concorso «Baricentrale», riceveranno una documentazione non prevista dal Comune e non compresa negli allegati al bando. Mittente sarà il Comitato popolare Rossani che ha già preparato una nuova versione del documento programmatico preliminare, riscrivendo la parte relativa al Comparto 7. Il Dpp «apocrifo» ci sembra una buona idea: un atto spontaneo di quella «urbanistica partecipata» che non riesce a trovare iniziative istituzionali a queste latitudini. I dieci gruppi scelti tra i 105 candidati, con molti antichi maestri e qualche archistar, potranno allora rendersi conto che la asettica e un po’ noiosa descrizione nel documento ufficiale nasconde un vivace dibattito – per non dire uno scontro – che ha opposto per mesi l’amministrazione municipale al comitato popolare  sul destino di quell’area grande 8 ettari, fino al punto che la Giunta ha dovuto fare marcia indietro sullo studio di fattibilità già approvato.

Come la prenderanno gli architetti e gli ingegneri in gara? Dipende da chi sarà scelto, naturalmente. Per esempio: della magnifica decina potrebbe far parte la Italferr (cioè Ferrovie dello Stato). Immaginiamo che tra il parco con alberi ad alto fusto e un parcheggio interrato da 800 posti auto, sceglierebbe senz’altro il secondo. Anche perché è il Dpp ufficiale a suggerirlo (a p. 17) quando richiama un «più recente progetto con parcheggio interrato al di sotto di piazza Moro  che oggi potrebbe essere realizzato nell’area Rossani». Se invece tra i selezionati ci fosse il gruppo del finlandese Staffan Lodenius le cose potrebbero andare diversamente. Nella squadra, di cui fa parte anche l’architetto barese Eugenio Lombardi, c’è Gretel Hemgard che, dopo aver realizzato il parco lineare di Arabiarran Puisto a Helsinki (45 ettari affacciati sul mare), si può considerare tra i massimi paesaggisti della Scandinavia. E immaginiamo che Hemgard non si lascerebbe sfuggire l’occasione di dialogare con il comitato popolare sulla opportunità o meno di impiantare gli ulivi in via Capruzzi (come si legge nel contro-Dpp). Forse i meno inclini ad aprire la porta al postino sarebbero gli italiani, per tradizionale autoreferenzialità d’artista, rischiando di trovarsi poi di fronte ad una aperta contestazione.

Già, perché l’ex caserma Rossani, aggiunta all’ultimo momento all’area di concorso che è vasta ben 78 ettari, potrebbe essere l’unica vera occasione di lavoro per il vincitore. Si legge infatti a pagina 5 del bando di gara che il Comune avrà facoltà di affidare al primo classificato «alcuni o tutti» dei quattro tipi di incarico previsti. Ma fra questi, solo l’eventuale progetto per la Rossani consiste nel «livello preliminare, definitivo ed esecutivo in funzione delle modalità scelte dall’amministrazione comunale».

D’altra parte, solo per la Rossani il Comune, contando su 10 milioni di euro disponibili, prevede un investimento diretto. Negli altri comparti si va dall’ipotesi di una Stu (società di trasformazione urbana) alle varie forme di coinvolgimento dei privati, fino alla trattativa diretta con le ferrovie. La partecipazione al concorso di Italferr (società del gruppo delle Ferrovie dello Stato) suscita non pochi interrogativi per la eventuale identità tra proprietario e progettista. Ma è dal punto di vista storico che sembra perpetuarsi la «dittatura dei ferrovieri», come la definisce con amara ironia il professor Francesco Civitella. Il massimo esperto a Bari di sistemi di trasporto quest’estate è andato a visitare le più moderne stazioni europee: due lo hanno entusiasmato. La nuova Hauptbahnhof di Berlino e la stazione Centrale di Varsavia. La prima progettata da Von Gerkan, Marg e Partner, mentre la seconda è una ristrutturazione (ci ha messo le mani l’architetto italiano Roberto Sinatra) della stazione progettata da Arsenius Romanowicz  nel 1975 e di cui l’opinione pubblica ha impedito la prevista demolizione. Come è possibile, si chiede Civitella, che a Varsavia, sul corridoio europeo più trafficato, siano sufficienti 8 binari e per giunta interrati, mentre a Bari le ferrovie hanno bisogno di 21 binari? E di interrarli non se ne parla proprio. Si dirà: ma a Berlino i binari sono 16. Sì. Ma in due fasci sovrapposti, da otto, compresi quelli della metropolitana. E per interrare la ferrovia al di sotto della Sprea per due anni, dal 1996 al 1998, è stato deviato il corso del fiume.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_11_2012

foto aerea di Bari

I fantastici quattro alla prova del centro strorico _ I candidati al piano urbanistico

La partita del nuovo piano regolatore se la giocano in quattro e i gruppi concorrenti sono guidati da nomi grossi dell’urbanistica. Tre italiani: Bernardo Secchi, Federico Oliva e Bruno Gabrielli. E un catalano, anzi il catalano: Oriol Bohigas. Benché straniero, fra tutti Bohigas sembra essere quello più vicino alle cose baresi, per essere stato consultato – oramai un decennio fa – sul destino di Punta Perotti e della costa Sud. Più recente è l’incarico di progettista della futura, imminente lottizzazione del tondo di Carbonara. Senza dimenticare la circostanza in cui nasce la liaison barisienne del catalano: il progetto del waterfront di Mola con piano Urban incorporato. E non è un caso che nel gruppo candidato a scrivere il Pug di Bari, insieme ai soci dello studio Mbm di Barcellona e a un paio di tecnici di Parma, ci sia anche l’architetto Nico Berlen, ex sindaco di Mola.

La commissione interna del Comune di Bari, presieduta dall’architetto Anna Maria Curcuruto, dopo aver ammesso tutti i quattro candidati, ne sta ora esaminando le proposte, attribuendo i punteggi. La decisione dovrebbe arrivare entro un mese.

A ben considerare, il lavoro della commissione avrebbe potuto essere assai più gravoso. In fondo, quattro candidati sono pochi per un città delle dimensioni e la complessità di Bari e con una storia urbanistica importante: un segno inequivocabile del declino. È vero che i requisiti posti dal bando hanno spiazzato molti potenziali concorrenti, ma ciò non basta a spiegare l’assenza di stranieri (Bohigas, come abbiamo detto, non fa testo).

Tuttavia potremmo aspettarci l’arrivo di qualche esperto dall’estero se dovesse vincere il gruppo guidato da Bernardo Secchi, che schiera Paola Viganò (con cui condivide lo studio a Milano) e il leccese Salvatore Mininanni:  l’urbanista dell’Iuav di Venezia infatti si avvale spesso di  collaborazioni internazionali.

Molto legate al territorio, sebbene diverse tra loro, sono invece le personalità riunite dall’architetto Federico Oliva, docente del Politecncio di Milano: c’è l’urbanista barese Dino Borri (responsabile scientifico del Piano strategico di Bari), ci sono l’agronomo Antonio Leone e l’architetto Michele Beccu (studio Abdr), che ha insegnato al Politecnico di Bari, e c’è la paesaggista barese Maria Valeria Mininni, fra i principali autori del Piano paesaggistico regionale della Puglia.
Infine, il gruppo che – sulla carta – parte in vantaggio avendo realizzato il Documento programmatico preliminare al Pug. Di certo è il gruppo che avrà meno difficoltà a interpretare il quadro di conoscenze contenuto nel Dpp e ad attenersi alle previsioni del documento nella redazione del nuovo piano urbanistico. Il gruppo (di cui fanno parte tra gli altri  Francesco Cellini, Mauro Saito, Francesco Nigro, Francesca Calace e Stefano Stanghellini) ha però perduto il suo leader, l’architetto Gianluigi Nigro, scomparso lo scorso febbraio. Alla competizione per il Pug la squadra del Dpp si presenta con un nuovo capitano: è Bruno Gabrielli, 80enne docente emerito dell’Università di Genova, uno dei protagonisti dell’urbanistica italiana sin dal dopoguerra.

Dal 1968 Gabrielli si occupa di centri storici ed è stato a lungo presidente dell’Associazione nazionale Centri storici e artistici. Ha promosso due iniziative assai importanti per il riconoscimento e la tutela dei centri storici in Italia: la «Carta di Gubbio», nel 1990,  per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico e la «Carta dei Diritti delle Città» (1992) per la conservazione e costruzione delle identità urbane.

È certamente una coincidenza, ma dobbiamo rilevarla. Mentre la commissione comunale esamina curriculum e proposte per il Pug, a Bari si discute della richiesta – avanzata dalla direzione dei Beni culturali – di applicare un vincolo paesaggistico a Bari vecchia e a tre quartieri: Murat, Libertà e Madonnella. Si tratta di  considerare «centro storico» tutta questa ampia zona della città che invece il piano regolatore di Ludovico Quaroni – tuttora vigente – classifica come «zona di completamento».  È una brutta discussione, velenosa, quella che sta montando: le permalosità e le gelosie istituzionali pesano ben più dei contenuti, come abbiamo scritto nelle scorse settimane. Non sarà forse la mancanza di bon ton a tenere lontani da Bari gli urbanisti stranieri? Non sarà la facilità  con cui le ragioni del bene comune vengono sacrificate sull’altare del mercato a rendere sempre meno attraente la città che aveva le mura pescose?

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_11_2012

Il nuovo dipartimento d’arte islamica nella corte Visconti del Louvre

Le vestali dell’antico sono allergiche ai metalli moderni _ Il Louvre, i vincoli e S. Scolastica

A Bari li avrebbero umiliati e offesi, se Mario Bellini e Rudy Ricciotti si fossero presentati con l’idea di una vetrata per coprire – facciamo un’ipotesi – un cortile della Manifattura dei tabacchi o di Palazzo Ateneo. Ma siccome e per fortuna Parigi non è Bari (nemmeno se piccola, con o senza mare) lì glielo hanno fatto fare: un grande tappeto volante lungo quasi 50 metri e largo una trentina. Poggia su otto pilastri quella superficie ondulata, traslucida di vetro e  – orribile a dirsi! – di alluminio. Proprio dentro il Louvre, che aveva bisogno di fare spazio alla collezione di arte islamica e lo spazio l’ha trovato nella neoclassica corte Visconti (1860): il nuovo padiglione è stato inaugurato solo un mese fa, dopo lavori ragionevolmente lunghi (sono durati cinque anni) e a ben dieci anni di distanza dal giorno in cui il presidente Chirac lanciava il progetto di un museo islamico, soltanto un mese dopo l’attentato alle Twin Towers.

Qui a Bari, invece, a confronto con il fanatismo dei tecnici della Soprintendenza persino gli affiliati ad Al Qaeda sembrerebbero pacifici relativisti: gli edifici – belli o brutti, non importa, purché costruiti prima del 1942 – abbiano soltanto infissi di legno e comunque mai e poi mai l’alluminio, in qualsiasi lega e versione! È quel che prevede la proposta di decreto di vincolo paesaggistico dei quartieri Murat, Libertà, Madonnella nonché di Bari vecchia che sta suscitando in queste settimane contestazioni da parte degli edili e opposizioni degli artigiani del metallo e tardive resipiscenze dell’amministrazione comunale e dei suoi tecnici che quei divieti futuri hanno contribuito attivamente a scrivere (come si rileva dai verbali della commissione regionale).

Il punto importante, ora, non è la scelta se fare una finestra di legno o di metallo (peraltro esistono sul mercato prodotti «sandwich» ad alta efficienza energetica) ma la volontà di imporre una sorta di prontuario del restauro, indipendentemente dal progetto che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con le sue ragioni e le sue libertà. Un inaccettabile, insostenibile manuale della presunta «purezza murattiana» che nega ogni possibilità di interpretazione contemporanea del riuso dell’edificio e della città, attraverso un onesto linguaggio contemporaneo che è fatto anche di materiali contemporanei. E per fortuna, dobbiamo dire a questo punto, c’è stata l’insipiente e insipida decisione dell’amministrazione provinciale di non affidare il progetto del museo archeologico a Santa Scolastica a  Gae Aulenti che conquistò il secondo posto nel concorso internazionale vinto nel 2008 dal gruppo di Cesare Mari con una proposta bocciata a Roma dal Comitato tecnico dei Beni culturali. Diciamo per fortuna, perché non vorremmo neanche immaginare Gae Aulenti, la signora dell’architettura italiana scomparsa la settimana scorsa, alle prese con le vestali dell’antico.

Il progetto di Gae Aulenti per Santa Scolastica, infatti, si annunciava come «una ulteriore fase di trasformazione dell’edificio» e prevedeva di conservare gran parte degli interventi realizzati negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio perché «è uno dei tanti strati che compongono  la storia dell’edificio». Alle facciate vetrate realizzate negli anni Settanta, per ridurre gli effetti della insolazione Aulenti sovrapponeva una facciata ventilata in acciaio corten: «una campitura astratta e neutra, priva di dettaglio, sfondo perfetto  – diceva l’architetto – in grado di dare risalto alle pareti originarie del complesso in pietra». La facciata d’acciaio da una parte avrebbe evitato il rischio di mimetismi e di ricostruzioni in pietra simil-antico, dall’altra avrebbe  dialogato onestamente – da contemporanea – con le costruzioni metalliche di Ambrosi e Radicchio.

Non è andata così, come sappiamo. Alla fine si è tornati alla vecchia idea della Soprintendenza, riveduta e corretta, ma sempre vendicativa verso la modernità. E mentre ripensiamo alle occasioni perdute, tornano alla mente le parole di Gae Aulenti che considerava un museo attuale alla stregua di una cattedrale: «perché quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

Terribili parole, ma non ditele ai crocieristi che, uscendo dal Porto,  attraverseranno l’art-way dentro Santa Scolastica. Non capirebbero.

NICOLA SIGNORILE

 

Amsterdamse School _ Incontro con Arturo Cucciolla

Locandina dell’evento

Oggi, martedì o6 novembre 2012 , a partire dalle ore 17.30, presso la sala conferenze (aula multimediale) del Rettorato del Politecnico di Bari, si terrà, nell’ambito del Laboratorio di Fotografia del Politecnico di Bari, l’incontro con il prof. arch. Arturo Cucciolla dal titolo Amsterdamse School.

Il consolidato rapporto tra l’architetto Arturo Cucciolla ed il Laboratorio di Fotografia del Politecnico di Bari si arricchisce di una nuova conversazione che ha come tema la Scuola di Amsterdam.

Ancora una volta Cucciolla propone, proseguendo la ricerca sull’housing sociale in Europa, le sue personali letture fotografiche condotte durante un viaggio in Olanda fatto nella primavera del 2012 con gli studenti del corso di Storia dell’Architettura contemporanea + Laboratorio di progettazione del Corso di Laurea in Ingegneria Edile-Architettura.

Le immagini che saranno proiettate nel corso dell’incontro danno conto del grande contributo offerto dai giovani architetti olandesi nei primi decenni del ‘900 al consolidarsi dell’architettura moderna in Europa in un intreccio di bellezza e sensibilità sociale applicato al tema della casa per i lavoratori.                                                                                                    

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